La frequentazione passata della montagna si avverte tutt’oggi attraverso documenti scritti, ma anche percorrendo ciò che rimane delle antiche vie. Certo ci vuole un po’ di immaginazione ma tra poderi e antichi villaggi, manufatti e polveriere, vasche trachitiche ed enigmatiche croci sembrano risuonare passi da storie vicine e lontane. Un patrimonio semi-sconosciuto avvolto nel silenzio dei boschi rimane in attesa di raccontarsi, non immune dai pericoli delle attività meccaniche e di altro tipo inconsapevoli della sua esistenza. Serve che i nuovi amiatini sappiano dove mettere i piedi, ritrovandosi, magari scavando attraverso progetti archeologici di cui si è parlato in passato e che vanno ripresi in mano. Uno su tutti quello sul sito di Castel Della Pertica. Con il nostro blog, nel nostro piccolo e senza fare troppo rumore, cerchiamo di seguire le antiche tracce che -come sempre- sono le uniche che portano al futuro. (Vitriol)
“La nostra miniera per i luoghi di provenienza dei tecnici, dirigenti e banchieri (di area germanica), per la sua caratteristica di centro minerario sorto accanto ad una antica abbazia benedettina, e ad un grosso borgo medievale, per la collocazione della miniera e del giacimento ad un’altitudine montana di 1000 mt s.l.m., tra boschi importanti, può trovare elementi e modelli di riferimento per valorizzare il suo Parco Museo Minerario più nei villaggi e nelle città dei Monti Metalliferi tra la Germania e la Boemia”
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Pubblichiamo in allegato l’intervento di Carlo Tondi, della Comunità Termale Spontanea, pronunciato al Convegno “Il Bollore Bene Comune” svoltosi a Castiglione D’Orcia il 27 giugno scorso. L’Evento ha avuto un indubbio successo ed ha registrato un’ampia partecipazione. Erano presenti Università, Istituzioni, Associazioni, Lavoratori e Cittadini del territorio. Il progetto del Parco Termale Naturale, di cui si è discusso, ha generato una eco non indifferente. A Patrocinio dell’iniziativa c’è stato il Comune di Viterbo -presente l’Assessore al termalismo- Città dalla grande tradizione termale e con cui l’Amiata ha forti legami storici e geologici. L’area di Bagni San Filippo è ormai conosciuta a livello internazionale, pertanto va preservata senza alterare la sua millenaria vocazione. Come ha affermato durante le conclusioni Nicola Fruscoloni, uno degli organizzatori, l’area “ha una valenza sociale-antropologica perché negli anni in quelle vasche ci sono stati incontri. (…) Alle terme si riscopre il gusto antico degli etruschi e dei romani, si condividono idee, si parla e ci si vede come Comunità. È questo che secondo me bisogna re-iniziare a fare: vedersi come Comunità che difende il territorio”.
Cosa rappresentano gli ecosistemi dell’Amiata, la sua fauna e la sua ricca flora? Rappresentano un serbatoio di vita, ossigeno e speranza, oltreché di acqua. Ci stiamo muovendo bene per assicurare tutto questo negli anni a venire o stiamo compiendo errori imperdonabili? L’attuale gestione di tanti boschi, per esempio, è davvero all’altezza dei tempi? Basta girare per il territorio senza paraocchi o guardare il recente servizio de “Il giornalista scomodo” per farsi qualche legittima domanda. Per fortuna che in una recente Nota Stampa la Regione Toscana ha comunicato la riattivazione del percorso di verifica delle aree protette locali con i Comuni. Un percorso che si inserisce nella strategia europea per la biodiversità la quale mira al ripristino degli ecosistemi degradati. Piano piano ci viene imposto dalle circostanze un rimodellamento delle visioni che ci hanno portato alla catastrofe planetaria. Piano piano sta avanzando e divenendo operativa la strategia comunitaria verso una protezione delle terre e dei mari almeno per il 30% entro il 2030. L’UE è molto contraddittoria visto che investirà oscenamente in armi che rappresentano l’industria più inquinante del pianeta, ma forse abbiamo compreso che se ci giochiamo la biodiversità ci giochiamo la salute e l’economia. Che ruolo avrà l’Amiata in questo cambiamento epocale? Dipende da noi e dagli Enti Locali che ci rappresentano i quali entro sessanta giorni -già in corso- dovrebbero inviare osservazioni in Regione per la delineazione di future scelte riguardanti il nostro Patrimonio Naturale. Certo l’iter inteso dalla Regione sarà più lungo perché in certi casi si renderanno necessari studi con il coinvolgimento delle Università. Ricordiamo che nel nostro comprensorio ci sono la bellezza di dodici aree protette che sommate formano una superficie pari a quasi il doppio del Parco Nazionale del Vesuvio, quasi il doppio del Parco Nazionale del Circeo ed il quadruplo del Parco Nazionale delle Cinque Terre. Tra le suddette zone protette amiatine ci sono Aree Natura 2000 come il “Cono Vulcanico del Monte Amiata” di ben 6114 ettari. Qui sta il punto principale, perché è proprio sulle Natura 2000 che si farà leva per risollevare la biodiversità. Ecco come la nostra montagna andrà a rivestire un ruolo chiave in quanto rappresenta una delle foreste più estese della Toscana e la faggeta più vasta d’Europa, tra molte altre cose. Non è a caso che trentacinque anni or sono è rientrata tra le aree di reperimento per diventare Parco Nazionale. In giro, tra uno scempio e l’altro, si notano anche segnali positivi come l’ODG a firma Carli, Volpini e Forti del maggio 2025 dove si chiede con urgenza all’UC Amiata Val D’Orcia un nuovo piano di gestione per il territorio di sua competenza in cui ricade la “Tenuta di Abbadia San Salvatore”. Ottimo lavoro, ma ora devono arrivare i fatti perché la montagna continua ad essere sfruttata alla vecchia maniera -così pare- e l’urgenza potrebbe diventare emergenza. Altro segnale importante è l’annunciata nascita di una nuova area protetta ricadente in gran parte nel Comune di Arcidosso che altrimenti potrebbe configurarsi come un ampliamento della Riserva Naturale di Poggio all’Olmo. Si sta parlando anche di “Foreste Modello” ma non è chiaro come mai ci si focalizzi su tale argomento quando si salta a piè pari -così sembra- una ben più importante discussione pubblica sulle Aree Natura 2000 che saranno le protagoniste del futuro dei boschi. Non nascondiamo un po’ di inquietudine in merito. Nell’Area Protetta -qualcuno direbbe che è protetta?- del Cono Vulcanico forse non esiste un pannello in cui sia presente il simbolo delle Aree Natura 2000. Perché? Non è mica una vergogna, anzi chi ce l’ha in genere ci si vanta; perfino nel Parco Nazionale D’Abruzzo perché tale simbolo è un valore e fa comprendere la qualità del luogo e le buone norme di comportamento da adottare.
Il Parco Nazionale d’Abruzzo mette il Logo Natura 2000 tra le sue attestazioni. Perché l’Amiata no?
Ripetiamo: perché? Non vogliamo polemizzare ma rivolgere un sincero invito a tutte le forze politiche, consiliari o meno, oltreché ad Associazioni e cittadini a focalizzarsi sulla risorsa montagna intesa non come impianti sciistici ma come un insieme ben più articolato di fattori. Ci auguriamo di cuore che Opposizione e Maggioranza di Abbadia e degli altri Comuni amiatini fin dal prossimo Consiglio Comunale mettano sul tavolo l’argomento. Un argomento per certi versi rivoluzionario. Ben inteso chi lavora bene nel bosco e chi raccoglie i suoi frutti con buon senso dovrebbe sentirsi maggiormente tutelato con un regolamento di ampie vedute, finalmente. Lo scenario che si è aperto in un’ottica di intesa tra Comuni porterebbe addirittura alla proposta di un Parco Regionale dell’Amiata, come da Nota della Regione Toscana di cui alleghiamo il link. Sarebbe bello che si esprimesse in merito anche l’Assessore all’Ambiente di Abbadia. Una cosa è sicura: la nostra montagna sarà al centro di futuri cambiamenti sul fronte della salvaguardia ambientale, che lo si voglia o meno. Possiamo prendere ostinatamente rivoli secondari, magari organizzando convegni su argomenti discutibili come la Foresta Modello, col rischio di arrivare in ritardo agli appuntamenti importanti. Altrimenti possiamo inserirci nella strada maestra, divenendo addirittura un’avanguardia di ciò che avverrà nei prossimi anni.
La Torre dell’Orologio è una parte rimasta dell’articolato edificio dei Forni Cermak Spirek costruiti nel 1898, pochi mesi dopo l’apertura della miniera, su progetto dell’ingegnere boemo Vincenzo Spirek con il quale collaborò il primo ingegnere tedesco della miniera Friedrich Ammann […]
A cura di Stelvio Mambrini
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Nel 1905 il direttore della miniera, aperta nel 1897, Friedrich Ammann pensò di costruire un ospedale per i circa 700 operai non solo per la cura degli infortuni ma anche per la cura delle malattie naturali […]
Tra le varie leggende che, per solito, venivano narrate a veglia la sera nelle case, una che andava per la maggiore era sicuramente “Leonzio”. Per cui, proprio perché non se ne fosse potuto perdere il testo, ho creduto opportuno accoglierlo in questo mio florilegio. (Balilla)
Immagine di un focolare badengo
“Attento popolo mio che imparerai a vivere nel mondo da cristiano a nessuno fastidio non dar mai col povero non ti mostrare strano °Noi siam tutti fratelli già lo sai non disprezzare il morto e in vita il sano se in cielo vuoi salire vittorioso con tutti quanti mostrati amoroso °Fu d’Inghilterra un ricco e gran Signore di nome e non di fatto col povero fù sempre un traditore non lo voleva intorno a nessun patto. °Conoscer non amava il Creatore, giubilava nel gioco in pompa e in fasto;diceva l’insensato nel suo interno: -< Non c’è né il Paradiso né l’Inferno >
°La Santa Messa quasi mai sentiva, pei cimiteri a volte lui passava;se preti e frati incontra per la via con parolacce infami, strapazzava.
°Voleva sempre stare in allegria;con dame e cavalieri banchettava;ribaldo iniquo infame e traditore a Venere mostrava il suo favore.
°Di molte donne impudiche il corteggio,teneva tutto quanto a suo piacere;e diceva: – < In quanto, io, scorgo e veggio in questo mondo altro non ho da avere.
°E finché durerà questo mio seggio,questa mia vita voglio far godere;anima non è più quand’uno è spento;in fumo và la roba, oro e argento! >
°Leonzio per suo nome era chiamato e dentro il suo palazzo fece fare un teatro di lusso ben ornato e molti Cavalier fece invitare.
°Mentre in città a diporto se ne andava pel cimitero il perfido passava una testa di morto ebbe trovato ed un gran calcio a quella ebbe tirato eppoi si mise a ridere e a burlare:
°<Ora che in questo luogo ti ho trovato un gran banchetto vò stasera fare dentro nel mio pensiero ho stabilito:se tu ci vuoi venire io t’invito
°Altro non dico e me ne voglio andare;al mio banchetto stasera t’aspetto! se tu non vieni, ch’io t’abbia a cercare calpestare ti voglio per dispetto!>
°Leonzio il suo cammin vuol seguitare bussa al palazzo e viene ad entrar dentro. Le due di notte erano suonate avea dato principio al gran banchetto.
°Un gran busso alla porta allor fù dato fece tremare tutto il pavimento. Ogni Signor restò meravigliato disse Leonzio – <E’ qualche poveretto!>
°E presto il servo suo ebbe chiamato e disse: – <Và a vedere chi ha bussato se Cavalieri son falli passare benché da me non fossero invitati
°Se poveri son, valli a bastonare a ciò che impari bene il lor trattare che appunto ai topi l’ho rassomigliati:divorano la roba in tutti i lati.>
°Prese la torcia il servo e andò a vedere;ma appena al balcone fù affacciato di gran spavento a terra ebbe a cadere eppoi si dové mettere a sedere
°Finché lo spirto in sé gli fù tornato.<Illustrissimo Signor che cosa oscura di fuor dal palazzo ebbi a vedere!Un’ombra grande trapassar le mura mi fece del tutto spaventare!
°Se lei vedesse che brutta figura…>Leonzio allora ebbe a comandare: -<Le porte del palazzo ben serrate,con chiavistelli forti, incatenate!>
°Un servo del Padrone al gran comando più d’una volta al balcon fù affacciato e disse a quell’ombra: – <Che pretendi?>lui disse: – <Altre parole attendi!>
°<Vattene dal Padrone e gli dirai che l’anima son io di quella testa cui diede il calcio con molti altri guai e per di più invitarmi a questa festa!
°Ancor da parte mia gli dirai non si disturbi la gente foresta!Non indugiar fà presto e vieni a aprire che grandi cose a lui io devo dire!>
°All’ombra fù portata l’ambasciata, che il Padrone defunti non volevae che via di colì ne fosse andata,quel ch’avea detto lui si disdiceva.> °L’anima diede una forte capata e quelle porte in terra distendea e in mezzo del banchetto fu apparita la gente restò tutta impaurita. °<Fermi Signori non vi spaventatech’alcun danno per voi non stò per fare e seguitate la vostra allegria!>Tutti senz’indugiar fuggiron via.
°Anche Leonzio voleva fuggirema presto fù afferrato per le braccia<Fermo nipote mio non ti partiree di parlar con me non ti dispiaccia
°Ti porto avviso che devi morire:Bruto ti aspetta con allegra faccia tu che credevi non ci fosse Inferno vienici ora con meco in sempiterno!>
°E con grand’ira l’ebbe sbatacchiato Leonzio gridava; – <Dio aiuta me!>mandò la testa sua in mille parti non gli giovò né onor ricchezze ed arti.
°Sparvero tutti e due in un momento, anima e corpo in Inferno andata gran topi nel palazzo venia dentro ed ogni cosa venne divorata.
°Anche al ritratto dettero tormento; con quegli aguzzi denti fù sbranato.Fratelli amate i morti con desiofate la carità e temete Iddio.
°Il Purgatorio c’è pei peccatori che dei peccati lor pagano il fio il Paradiso con molti splendori con la Vergine Santa in seno a Dio.
E a cchi nun ci crede: i’ zzerpe ‘n bocca e la catena a i’ ccòllu!” °°°°
Come tutti i posti di valore Castel Di Badia non si rivela all’avventore distratto, e nemmeno all’abitante disinteressato. Passiamo migliaia di volte davanti a scritte, a simboli scolpiti sulla pietra, a pochi metri da Reliquie ed opere dalla portata che non si è ancora compreso. Il più delle volte non ci facciamo caso. Essere attenti ai segni rendetutto più vivo, perché quelle scritte aprono porte sulla storia del luogo ed oggetti messi in un angolo potrebbero essere tesori. Ma ci vuole qualcuno che colga il loro significato, che entri in confidenza con la loro essenza. A Balilla Romani certi segni non sfuggono; con caparbietà cerca di decifrarne il significato a costo di pensarci e ripensarci per lungo tempo, fino al momento in cui non arriva la loro rivelazione. Lo abbiamo già visto con la sua interpretazione della Postilla Amiatina e lo vedremo ancora con la lettura di un’iscrizione del centro storico. Intantoin Santa Croce si conserva un oggetto in ramedel XV secolo, semi-sconosciuto ma che lascia a pensare. Può essere ingiustamente liquidato come uno dei tanti -ma già che sia del XV secolo è un fatto rilevante- oppure può essere studiato come ha fatto Balilla. Insieme ad esso c’è una “Pace” presumibilmente dello stesso autore che a prescindere da chi sia merita veramente di essere raccontata. Nel presente articolo Balilla illustra la ricerca che l’ha portato ad attribuire questi due oggetti ad un artista di eccezione: Benvenuto Cellini. Secondo noi le ricerche costruttive sono quelle che lasciano aperti spiragli, che non danno le cose per scontate e che si avvalgono dell’esperienza tutti. Ciò che già sappiamo sul nostro patrimonio culturale proviene sia dall’accademico che dal ricercatore locale che vive il paese, occupandosi delle sue vicende con dedizione e acume. Oggi con Vitriol andiamo idealmente in Santa Croce dove comincia un percorso che potrebbe portare più lontano di quanto si pensi. In ogni caso è sempre bene saperne di più. (V.)
Articolo di Balilla Romani
Storia di un piccolo Crocifisso e di una Pace,opere sicuramente diBenvenuto Cellini che si trovano nella Chiesa Parrocchiale di S. Croce in Abbadia San Salvatore (SI)
Avrò avuto dagli otto ai nove anni nei primi anni ‘40 del secolo scorso e, dato che era da poco cominciata la Seconda Guerra Mondiale ed i giovani erano dovuti partire tutti per il fronte, in Paese erano rimasti soltanto gli anziani, le donne e i bambini.
Dal momento però che quattro monaci dell’Ordine Cistercense erano da poco tornati a riprender possesso di quel Monastero dal quale nel 1783 il Granduca Leopoldo di Toscana li aveva ignominiosamente cacciati, avendo già fatta amicizia con i paesani, al fine di conoscersi meglio, cominciarono ad organizzare incontri nei quali si era soliti parlare un po’ di tutto.
Ed io che con sempre grande interesse seguivo gli argomenti che di volta in volta venivano proposti venivo immancabilmente invitato a parteciparvi da uno sparuto gruppo di persone che solitamente si raccoglievano in un locale in alto adibito solitamente a cucina del Monastero.
E proprio in uno di questi incontri, quasi per caso, venni a sapere che ad Abbadia c’era un non meglio specificato “Crocifisso del Cellini”. Che lo stesso aveva realizzato proprio ad Abbadia per quel Monastero al tempo in cui vi regnava ancora sovrano l’Abate.
Appassionato pertanto di tutto ciò che si fosse trattato di storia decisi di mettermi alla ricerca di questo particolare Oggetto. Del quale, sebbene non avessi mai avuto occasione di vederlo, continuavo a sentirne dir magnificenze.
Finita la guerra comunque, con il ritorno di coloro che magari erano riusciti a salvarsi ma si portavano la morte nel cuore per il ricordo dei compagni che avevano dovuto lasciare caduti o dispersi qua e là per le sconfinate gelide steppe di una allora lontanissima Russia o in terra d’Africa o in Grecia o dopo lunghi mesi di prigionia scontati in America o in Australia o in qualche altra parte del mondo, anche se non mutilati come molti di loro ma, comunque demoralizzati, distrutti nell’animo, per non aver mai potuto aver notizie dei propri congiunti e senza nemmeno aver potuto far pervenire agli stessi le loro, si respirava un’aria di così tanta tristezza che, nonostante il mio grande rammarico per non aver mai pensato a chiedere a nessuno di quegli anziani miei interlocutori, che fine avesse fatta quel Crocifisso, dato che ormai erano morti tutti ed era andato perduto persino il ricordo del nome Cellini, credetti bene non rientrare più in tale argomento.
Sennonché una settantina di anni dopo la nipote del defunto Mons. Raffaello Volpini che fu Arciprete Parroco di Santa Croce nei primissimi anni del secolo scorso trovandosi in età già molto avanzata ed avendo ancora in casa moltissimi documenti riguardanti la propria famiglia, amareggiata che a seguito di una sua ormai prossima fine tutte quelle carte che aveva quasi religiosamente conservate per così lungo tempo fossero andate sicuramente perdute, essendo in amicizia con mia figlia Lucia le chiese se avesse voluto prendersi lei l’incombenza di conservarle. Così la stessa avrebbe affrontato serenamente il suo ultimo viaggio sapendo quelle carte al sicuro probabilmente per molto altro tempo ancora.
E non ci si può nemmeno immaginare con quale entusiasmo e piacere mia figlia avesse aderito a tale richiesta!
Successe pertanto che un giorno mentre insieme a lei stavamo con molto interesse guardando quei documenti ce ne capitarono tra le mani alcuni nei quali sotto il titolo di Chiesa Arcipretale di Santa Croce, in Abbadia San Salvatore, anche se in modo assai molto confuso veniva fatta la descrizione e di un Crocifisso e di una Pace; ossia di una Deposizione di Gesù dalla Croce.
La “Pace”, foto Lucia Romani
Ma, dal momento che tali oggetti erano appartenuti ad un sacerdote sembrandomi del tutto inutile meravigliarmene non detti nemmeno loro una eccessiva importanza. Sennonché un giorno, e non so nemmeno per quale preciso motivo mi balenò in mente il ricordo di quel famoso Crocifisso del Cellini e dissi fra me e me: <Ma non sarà mica forse questo, per caso, il famoso “Crocifisso” che avrei tanto desiderato vedere?>
Prospettata, quindi, una tale possibilità a Don Francesco Monachini, in quel tempo Parroco di S. Croce gli chiesi se avesse voluto farmi la cortesia di mostrarmelo.
E Don Francesco pur dicendosi completamente all’oscuro di tutto, però interessatissimo pure lui a vedere di cosa si fosse trattato si propose di accompagnarmi. Tanto che appena giunti sul luogo dove custodiva il Tesoro di Santa Croce tra i diversi oggetti presenti mi indicò per primo un quadretto in bronzo, ma così talmente consunto da non potersene quasi nemmeno più ravvisare tanto bene le forme e, siccome di Paci non ne avevo mai sentito parlare mi disse che quella era una Pace.
E mi spiegò che tale oggetto in segno di augurio di una perenne felicità veniva offerto fin dai tempi più remoti al bacio degli sposi nel giorno delle loro nozze; ma che poi col passare degli anni o meglio nel nostro caso, dei secoli, venendo usato indiscriminatamente anche in altre occasioni si era ridotto nelle condizioni in cui lo stavamo vedendo.
E fin qui, tutto bene sennonché il tragico ci si presentò di lì a poco; nel momento in cui, cioè, andammo per vedere di quel Crocifisso ed avemmo la poco gradita sorpresa di trovarne due, a mio avviso, se non quasi perfettamente uguali però quasi perfettamente “brutti” alla stessa maniera.
E siccome dal Cellini mi sarei aspettato un qualcosa di più la delusione fu tale che non riuscendo nemmeno a capire quale eventualmente fosse stato quello che stavamo cercando, ero quasi deciso di venirmene via.
Sennonché il già rammentato Parroco mi fermò e mi disse: <Ascolta, non metterti a fare le bizze: Ora tu anziché andartene così senza nessun preciso motivo, prendi questi oggetti te li porti a casa, te li guardi, te li osservi, te li studi con calma per tutto il tempo che credi opportuno e poi vedrai che qualcosa di buono sarai sicuramente capace di ricavarci.>
Per cui, giunto a casa mi detti subito a rileggere quei documenti e notai che uno di questi due Crocifissi veniva descritto come: “mancante dei piedi e del piedistallo”. Tanto che quando con mia grandissima sorpresa potei constatare che ce n’era uno che rispondeva perfettamente a quanto descritto, non ebbi più dubbi: era quello!
A questo punto comunque, non proprio completamente soddisfatto di quanto avevo scoperto, mi riproposi per quanto mi fosse stato possibile di ricostruirne la storia.
Cominciai pertanto a cercar di capire in qual modo quei due piccoli oggetti fossero potuti giungere fino a quello sperduto paesello quale poteva essere una volta Abbadia. Visto però, che non avrei mai potuto riuscirci senza prima aver conosciuto almeno un po’ la storia del personaggio Cellini, mi detti subito alla ricerca di quante più notizie avessi potuto raccogliere sul di lui conto.
E venni a sapere pertanto che il Cellini per avere ammazzato una persona era stato condannato a morte. Condanna che, poi, non avendo nessuno interesse a privarsi di così tanto artista non solo la pena gli fu commutata in esilio, ma gli concessero persino la facoltà di scegliersi il luogo dove fosse voluto andare a scontarla. Tanto che lui in un primo momento scelse di andare a Siena. Considerato però che col passare del tempo, Siena, gli sarebbe rimasta, come suol dirsi, un po’ “stretta” cambiò idea e decise di trasferirsi a Roma.
Dal momento, quindi che uno dei tanti diverticoli dell’antica Francigena passava proprio per il nostro Paese, essendo noto che oltre ad una potentissima Abbazia Cistercense (che tra l’altro sarebbe potuta diventar anche sua potenziale cliente) era pure operante una “ramiera” stimando il tutto confacentesi sia alle proprie aspirazioni tanto di uomo che di artista non esitò a passare di qui.
E pare vi abbia pure assai piacevolmente soggiornato e per un abbastanza lungo periodo di tempo in quanto oltre a aver avuto modo di dedicarsi all’arte sua propria, dal momento che dopo quasi cinquecento anni c’è ancora qualcuno ad Abbadia che vanta orgogliosamente la di lui discendenza, pure a quanto con l’arte avesse avuto assai ben poco a che vedere.
E qui, in particolar modo per le dame dell’alta nobiltà romana che gliene facevano continue pressanti richieste si dette a produrre in gran numero Paci e Croci di un palmo.
Al punto che ammirato della non comune abilità di tale artista pure l’Abate del nostro monastero gli commissionò una Pace ed un Crocifisso. Che il Maestro gli allestì di una rara infinita bellezza.
Per cui nonostante il quasi mezzo millennio trascorso, si sia potuto facilmente dimostrare che il Cellini si è fermato ad Abbadia, ancor più facilmente potremo dimostrare che gli oggetti in nostro possesso sono veramente opere sue. Considerando, infatti, che per ormai radicata consuetudine in morte del proprietario di un bene lo stesso passava sempre in proprietà dei propri legittimi eredi (i quali a loro volta avrebbero potuto disperderlo in qualsiasi altra parte del mondo) altrettanto non sarebbe mai potuto succedere con i beni di un monastero, in quanto essendo patrimonio di una comunità e non di un singolo, alla stessa rimanevano senza dover subire trasferimenti di sorta. A maggior ragione i nostri due oggetti che occorrendo per il quotidiano svolgimento del culto, non potevano neppure essere rimossi dal luogo della loro primitiva collocazione. Dal momento quindi che tanto l’Abate che tutti i suoi monaci non potevano ignorare che tanto la Bibbia che oggi chiamiamo Amiatina ci era giunta dalla lontana Northumbria, che molti dei preziosissimi codici facenti parte di una ricca biblioteca monastica che dice avesse contato ben oltre 4000 volumi (e dove dice vi sia stato pure un “liber legis” che aveva fatto testo fino a tutto il ’600) erano nati in quello stesso Monastero in uno scriptorium la cui fama aveva ormai già da un pezzo oltrepassato il Mons Tuniatus nostro e si era diffusa su larghissima parte dell’Italia centrale, si può davvero pensare che siano stati all’oscuro che tanto quel Crocifisso che quella Pace erano opere di Benvenuto Cellini?
Chiarito questo, occorrendoci far conoscenza con un certo Don Marco Barbieri(1780/1789) a quei tempi Arciprete Parroco della Chiesa di S. Croce c’è d’obbligo fare un piccolo passo indietro e portarsi fino all’anno 1780.
Anno in cui al nostro (poco o niente) simpaticissimo Granduca Pietro Leopoldo saltò in mente di vendere la nostra Montagna.
Per cui, sordo alle strazianti suppliche, ai continui accorati appelli che i badenghi gli rivolgevano perché non li avesse privati di quella loro unica fonte di sopravvivenza, da vero signore e padrone qual riteneva di essere, rispose mandandola all’asta.
Allora, i badenghi, visto che con le buone non erano riusciti a combinar nulla si accordarono di mettersi a guardia di qualsiasi possibile via di accesso al Paese e al momento in cui avessero visto aggirarsi nei dintorni qualcuno venuto apposta per partecipare a quell’asta, quattro o cinque energumeni avrebbero dovuto prenderlo in mezzo ed usando le solite miti ed assai ben note a tutti maniere badenghe avrebbero dovuto convincerlo a tornarsene a casa. Altrimenti posto dove nasconderlo e … non farlo trovar più da nessuno non sarebbe loro, certamene, mancato.
Tanto che il Granduca completamente all’oscuro di tutta questa grande macchinazione che gli veniva ordita alle spalle, vista la prima asta andar deserta ne indisse subito un’altra.
Ma da momento che pure a questa toccò la stessa sorte che era toccata alla prima stabilì che fosse mandata a licitazione privata. (che è una forma d’asta alla quale sono invitati a partecipare solamente i soggetti (in questo senso è privata) che sono considerati idonei.) Decretando nel contempo, però, che non fosse assolutamente ceduta per meno di 2500 scudi.
Ma in quel lontano 1780 i badenghi che di miseria ne avrebbero avuta da vendere, dove sarebbero potuti andare a trovare i 2500 scudi occorrenti alla bisogna?
Ed è qui allora che entra in scena il nostro Don Marco Barbieri. Il quale dato che il tempo stringeva e si sarebbe dovuta al più presto reperire la somma ideò di far costituire, mediante regolare atto pubblico, una piccola società (quella che diventerà in seguito l’attuale Società Macchia Faggeta) in forza della quale, i propri legali rappresentanti poterono dichiarare di aver ricevuto in prestito dallo stesso Don Marco Barbieri parte in oro e parte in argento la somma di 2500 scudi. Documento che, consentì, poi, agli stessi mediante altro regolare atto pubblico, di poter comparire di fronte ad Alessandro Visconti (che nel registro dei morti è definito “benefattore di Santa Croce ed economo” e nel 1788 era Vice Camerlengo) e, ovviamente lui d’accordo parte in oro, parte in argento poterono “versare” in sue mani quei 2500 scudi per concludere finalmente l’affare.
Nel frattempo, Don Marco, riuscì a convincere i disciplinatissimi rappresentanti del Granduca che nonostante la montagna avesse avuto un valore di gran lunga maggiore di quanto in realtà fosse stata prezzata sarebbe stato però, assai molto difficile venderla e lo dimostrava il fatto che le due aste erano andate deserte e che pure la licitazione privata, nonostante fossero stati solo loro a parteciparvi non aveva sortito miglior successo di quanto ne avesse avuto qualsiasi altra persona dal momento che la montagna era grande, il bosco era fitto e, non si sa mai, ma dai badenghi l’eventuale acquirente qualche brutto scherzetto, avrebbe potuto aspettarselo, dal momento che ormai l’affare era fatto fece loro una proposta. Che il Granduca avrebbe dovuto stimare come vantaggiosissima per la Sua Augusta Persona. E cioè se la somma che avevano appena riscossa, a censo e al tasso del 3%, l’avessero restituita a coloro che gliela avevano appena versata, il Granduca che da quella montagna non ne aveva mai ricavato un bel nulla, non solo sarebbe venuto ad intascare ben 75 scudi l’anno (che tra l’altro non sarebbero stati poi nemmeno tanto pochini) ma si sarebbe conquistata pure la stima, la simpatia, la benevolenza, la incondizionata fedeltà di tutti i suoi amatissimi sudditi.
Tanto che questi soddisfattissimi, accettarono e mediante altro regolare atto pubblico conclusero immediatamente l’affare.
A questo punto Don Marco dichiarò di aver riavuto indietro tutto quanto aveva prestato e fu questo l’ultimo atto che con il giro di pochissime carte, senza aver tirato fuori nemmeno un quattrino ci riconsegnò e, a pieno titolo una proprietà di quasi cinquecento ettari i terra costituito dalla nostra montagna.
Alla luce, pertanto di quanto accaduto appena tre anni prima si può davvero pensare che nel 1783 quando lo stesso Granduca decretò la soppressione di tutti i monasteri esistenti entro l’area del suo granducato con la conseguente razzia di tutti i loro beni, il nostro Don Marco Barbieri che della citata vicenda era stato promotore e protagonista e sapeva benissimo di avere nella sua Chiesa due opere di inestimabile valore e, che per le loro ridottissime dimensioni se le sarebbe potute nascondere anche sotto la tonaca, se ne fosse potuto stare tranquillamente ad aspettare, che fosse arrivato di corsa qualcuno a suggerirgli quale fosse stata la cosa migliore da farsi?
Se così fosse non avremmo certamente ancora tra noi quelle antiche preziose reliquie.
Esclusi comunque coloro che facevano parte del ristrettissimo ambiente ecclesiastico, l’operazione doveva rimanere un segreto per tutti perché se si fosse venuti a sapere una cosa del genere Don Marco avrebbe sicuramente rischiato di finire in galera e le opere, nemmeno a dirlo, ci sarebbero state immediatamente confiscate.
E la parola d’ordine che devono essersi data nell’ambito di questa congrega fu tale che dovendo io, fare le mie ricerche, nonostante avessi messo sossopra importanti archivi come il Comunale di Abbadia, il parrocchiale di S. Croce, il diocesano di Chiusi, nonostante avessi interessato Comunità Religiose come Monte Oliveto Maggiore e San Miniato al Monte vicino Firenze, avessi consultati Menologi di Pie Memorie, mi fossi rivolto a critici d’arte quale Vittorio Sgarbi e alla Direttrice del Museo Falisco di Palazzo Venezia a Roma (la quale gentilmente mi indirizzò pure verso un signore che dicevano fosse stato uno dei migliori studiosi e conoscitori del Cellini) sono riuscito a trovarne traccia soltanto, e per caso, su: Santa Croce – la Chiesa Parrocchiale di Castel di Badia – Carlo Prezzolini – Pag. 45, dove a seguito di una Visita Pastorale fatta dal Vescovo Mons. Bellucci il 25 Agosto 1894 queste due opere vengono molto sommariamente citate e descritte con la dicitura: “Una piccola Croce e una Pace con incisioni in rame sono oggetti artistici”. Dal momento quindi che la vera storia comincia proprio da qui, sulla base di documenti originali in mio possesso che sono poi quegli stessi da me già citati all’inizio è mia intenzione cercare di ricostruirla in ogni suo minimo particolare.
E per far ciò bisogna iniziare dal giorno 3 Luglio 1905.
Giorno in cui Mons. Raffaello Volpini al tempo Arciprete Parroco della Chiesa di Santa Croce dovendo rispondere ad un Illustrissimo Sig. Cavaliere Sottoprefetto Montepulciano (così recita in indirizzo) che gli richiedeva l’elenco degli oggetti d’arte antica in suo possesso rispose:
<L’elenco degli oggetti d’Arte Antica appartenenti parte alla Chiesa dell’ex Convento dei Cistercensi, parte alla Chiesa Parrocchiale di S. Croce, il cui culto non è soppresso, sono stati a me consegnati dal R. Ispettore degli Uffici per la conservazione d’arte antica in Firenze. Ho letto la circolare Prefettizia 23/5/u. s. e per quanto potrà dipendere da me, essendo amante di antichità, userò la massima cura e vigilanza sugli oggetti descritti; e perché mi sta a cuore la conservazione di cose antiche ho aggiunto (Si tenga bene in mente questo “ho aggiunto” perché non tarderemo a rilevarne la sua grande importanza) una piccola Croce e una Pace in rame (le quali, se non sbaglio, sono oggetti antichi) a quelli descritti dal R. Ispettore Carocci (in grassetto pure questo perché ci farà comodo più avanti allorché ci soffermeremo sul profilo di questa particolarissima figura) di cui mi furon dati gli appunti di dette descrizioni, sui quali basai quell’elenco. Per la miglior conservazione del S.S. Simulacro di Gesù Cristo Crocifisso di proporzioni maggiori del vero, mi faccio ardito di chiedere una forte vetrata perché venga meglio difeso. Con profondo ossequio. Della S. V. Il.ma Abbadia S. Salvatore Li 3 Luglio 1905 Dev.mo Servo Arcip: Raffaello Volpini. (teniamo a mente pure tutti questi gran salamelecchi con i quali si sfogava in chiusura e, poi, anche di questi ne capiremo la grandissima importanza.)
E non invece come già aveva scritto soltanto qualche giorno prima (19 Giugno 1905) in quei suoi appunti (che riporto fedelmente in fotocopia) nei quali, come si può vedere su quella Pace in rame si esprimeva così:
<Resulta in un piccolo quadretto a forma di altare senza mensa con il campo liscio, tutta incisione in rame, al pari di Gesù deposto dalla Croce, con Maria SS.ma e con S. Giovanni pure incisi. Smaniglia al di dietro (che in altro documento pressappoco simile, poi, specifica: rotta). – Lavoro del XV secolo – È in discreto stato, saldato superiormente perché rotto e mancante di mezza smaniglia. Sembra un lavoro di un Artefice Toscano del XV secolo. Detto oggetto appartiene alla Chiesa Arcipretale di S. Croce in Abbadia S. Salvatore.>
Estratto degli appunti di Monsignor Raffaello Volpini
E riguardo allaPiccola Croce, invece:
Statura di piccolissime proporzioni (per lui in quel momento tutto era piccolissimo, tutto era insignificante tutto sembrava, tutto pareva, tutto appariva, (ma ragionando con un minimo di buonsenso non si riesce a capire che Mons. Volpini si esprimeva così, perché chi avesse letto non fosse stato indotto a pensare cose che non avrebbe mai dovuto pensare?) modellata di tutto rilievo e scolpita in rame rappresentante Gesù Cristo Crocifisso il quale vedesi confitto con chiodi d’ottone a bolletta con testa tonda su una Croce pur essa di rame – (depennato poi corretto:) – con tre chiodi d’ottone. Nella Croce sono incise superiormente la figura del Padre Eterno, a destra della Beata Vergine Maria, a sinistra, di San Giovanni. Lungo la croce rilevasi inciso un ornato tanto davanti che retro e, intorno alla medesima gira altro ornato al traforo. Lavoro di incisione del secolo XV. E che in altro documento ancora, precisa: <Non è in buono stato per le tante percosse subite è rotta e mancante di piedistallo, ed è un po’ consunta per il lungo uso. È un lavoro che mostra la maestria e la pazienza dell’incisore. Dev’essere opera di un Artefice Toscano del secolo XV. e forse di un artefice dell’antica ramiera che esisteva in questo Paese lungo il fiume Vivo. (Ma poco più sopra non dava per certo che si trattava di un Lavoro di incisione del secolo XV.? (notando, poi questi più che semplici titoli come Artefice e Toscano riportati con tanto di iniziali maiuscole, non significa forse che non voleva dire come stavano realmente le cose altrimenti avrebbe rivelato pure di sapere con estrema certezza:
1°) Chi ne fosse stato l’autore?
2°) Che tanto quel Crocifisso che quella Pace non erano appartenuti affatto alla Chiesa Arcipretale di S. Croce in Abbadia S. Salvatore ma a quella del Monastero perché, essendo S. Croce stata elevata a Parrocchia soltanto nel 1780 con il primo parroco secolare Don Marco Barbieri in quanto fino a quel momento erano stati i monaci ad officiarla era chiaro che l’autore 300 anni prima non poteva certamente averli fatti per Don Marco Barbieri ma per l’Abate del Monastero?
3°) Che le figure che lui stesso aveva definite “incise”, incise non lo erano affatto; ma, in realtà erano delle piccole graziose formelle, capolavori anch’essi, però a sé stanti e tenuti aderenti alla Croce da quell’ornato che diceva girare lungo la Stessa sia davanti che retro e intorno altro ornato al traforo ed avevano conformazioni pesi e misure diverse da non esser confuse con la figura del Crocifisso?
4°) Che sul retro della Croce figurava un numero 88 ed assieme a questo per tutta la sua estensione dalla base fino all’incrocio dei bracci si leggeva a grandi lettere il nome di un certo: Ansaldo Gaspero. Nome che poi, seppure a caratteri assai molto più ridotti veniva ripetuto ancora lungo tutta la lunghezza dei bracci con l’aggiunta di un “Olivetani”, per cui avrebbe potuto portare alla identificazione del soggetto e da questo ricavarne notizie forse un po’ troppo interessanti?
5°) E che, infine, nell’elenco che gli era stato richiesto li aveva definiti: <Oggetti ritenuti di pregio artistico> indicandoli soltanto genericamente con un:
N° 157– Una Croce di rame con tre immagini incise o fondate o fuse (ma guarda tu che confusione ero riuscito a fare questo nostro Monsignore; non sapeva neppure se fossero state fuse o incise o magari fondate come se fossero state altrettante città) rotta al di sopra del piedistallo e senza piedistallo col Crocifisso del peso di gr. 680. E con un:
N° 158 – Una Pietà in rame (anche questa fondata, fusa, incisa) del peso di 300 grammi.
Perché se avesse detto con tre immagini incise in rame, fondate, fuse, scolpite in bronzo in tutto rilievo ed altre stupidaggini del genere avrebbe sicuramente sollecitato quel fanatico R. Ispettor Carocci già citato in altra parte di questa piccola storia a venire a farci visita. Con il risultato che ci avrebbe sicuramente sottratto anche quel poco che della storia, della cultura e dell’orgoglio nostro ci sarebbe ancora rimasto. E poi, (e questa sarebbe stata la cosa che gli sarebbe interessata di più) semmai con quel suo laconico “ho aggiunto” fosse riuscito a tirar fuori gli oggetti, da quella loro ormai non più sopportabile clandestinità avrebbe potuto sentirsi pienamente soddisfatto per aver finalmente raggiunto lo scopo che si era prefisso.
E tanto per potersi fare appena un’idea con quale elemento Mons. Volpini avrebbe potuto trovare a confrontarsi basterà dare un’occhiata a quel frammento di biografia del Carocci (e che per comodità di chi legge ho riportata integralmente qui in fondo) nella quale si dice – (che soltanto un pazzo da legare avrebbe potuto attuarlo) – aveva raccolto ben oltre 40.000 schede ripartite per materie e per ordine alfabetico. E poi mi si dirà se nei panni di Monsignor Volpini anche il più insensato degli esseri umani non avrebbe fatto lo stesso?!
Comunque, (anche sempre con molto timore perché insicuro se detti oggetti potessero essere stati ancora oggetto di rivalsa da parte di qualche Sovrintendenza e, quindi, passibili di sequestro) assieme ad una lettera nella quale mi dicevo disposto a recarmi a Siena presso la Sovrintendenza alle Belle Arti per far valutare da loro se gli oggetti in mio possesso fossero stati opera del Cellini oppure no, allegai pure alcune foto degli stessi.
Sennonché da uno dei Funzionari mi fu data la seguente risposta: <Ho esaminato le foto che mi ha inviato insieme ai miei colleghi Dott. Bagnoli e Dott. Torchio. Posso confermare tuttavia che nonostante gli oggetti siano risalenti alla fine del ‘500, come dimostrano le forti consunzioni sulla Pace e varie risaldature, e il Crocifisso, appaia non pertinente a quella Croce (forse risaldato da altro oggetto) non possono essere attribuiti al Benvenuto Cellini. Anche se il prototipo è proprio quello eseguito dal Cellini per la sua tomba personale, oggi all’Escorial e la Pietà, con l’aggiunta dell’angelo, ricalchi esattamente la Pietà di Michelangelo in Vaticano. Mi spiace, riteniamo che non possano essere attribuite al Cellini.
Immaginando, pertanto quanto una risposta del genere mi avesse mandato su tutte le furie, dal momento che con quel suo dire e non dire sembrava proprio avessero voluto prendermi in giro, decisi di andare ugualmente di persona a Siena e limitarmi a chieder loro:
1°) Perché quel Crocifisso, avrebbe dovuto non essere pertinente a quella Croce e forse risaldato da altro oggetto) per cui non possano essere attribuiti al Benvenuto Cellini? Forse perché il Cellini era solito ornare le sue opere con delle minuzie che riuscivano a fondere la preziosità dell’arte orafa con il virtuosismo della scultura e non avendo trovata traccia di certi particolari elementi erano venuti nella determinazione che quelle opere non potevano assolutamente essere del Cellini?
2°) Sarebbe stato concepibile, che oggigiorno, per stabilire l’età di un oggetto si fosse continuato a tener conto delle forti consunzioni e delle varie risaldature eventualmente presenti sullo stesso anziché sottoporlo al molto più sicuro e veloce carbonio 14?
3°) Riguardo, poi, a quel “fine 500” pensavano proprio che io non sapessi che a fine 500 erano già trent’anni che il Cellini era venuto a mancare e quindi non sarebbe stato ormai più in grado di fare alcunché?
4) E non sarebbe stata una pretesa volermi far credere che qualcuno si fosse recato appositamente in Ispagna all’Escorial soltanto per vedere come era fatta la Croce che il Cellini aveva fatta per sé, per la sua tomba personale per poi poterla rifare uguale?
5°) Come, ben ultimo, mi sarebbe interessato molto sapere dove fossero andati a pescare quell’angelo cui facevano riferimento, dal momento che quello rappresentato nella “PACE” non era assolutamente un angelo, bensì un assai più ben noto S. Giovanni Battista?>
Ma col tempo facendo più attente considerazioni cominciai a non essere più tanto sicuro di quello che avevo fino ad allora pensato. E questo mi portò a dirmi: <Ma non sarà, forse, presunzione mia pensare che rispondendomi in quel modo l’abbiano fatto soltanto per prendermi in giro? O non sarà invece che vogliano dirmi di leggere più attentamente tra le righe, perché solo in quel modo, avrei potuto trovare risposte a tutte le mie domande? E quelle che ritenevo fossero state stupidaggini non fossero state invece, delle vere e proprie “dritte” per farmi capire che loro erano ancor più convinti di me dell’autenticità degli oggetti?>
Mi recai pertanto a Siena ma quando nel funzionario che venne a ricevermi riconobbi una mia cara ed antica amicizia in quanto avevo avuto il piacere di conoscerla fin da quando era bambina, decisi di non farle domande. E di ascoltare soltanto quello che avrebbe voluto dirmi.
Tanto che seguendola verso il suo Ufficio stando la Stessa con il braccio destro teso, perpendicolarmente al corpo con in mano quel Crocifisso e, pertanto, all’altezza delle ginocchia, dopo avergli dato quasi di sfuggita un’occhiata la sentii esclamare: <Bello!> Poi quasi si fosse voluta dare un morso nella lingua per aver parlato troppo immediatamente soggiunse: <Però, vede, signor Romani, è del cinquecento sì, ma non è del Cellini> E dal momento che le chiesi da che lo avesse potuto dedurre, mi rispose: <Perché qui, vede, il Cellini, l’avrebbe “scavato” un tantino di più.> Solo che andò ad indicarmi proprio la parte destra; la parte cioè in cui, Nostro Signore reclina il capo sulla spalla rendendo un’operazione del genere oltre che inutile, persino impossibile a realizzarsi in quanto mancante materialmente di spazio.
Per non dire poi della Pace che definita anch’essa di “fine 500” siccome le chiesi in base a cosa lo avesse potuto stabilire, mi indicò quelle due volute (o riccioli, chiamiamoli così) visibili su, in alto, uno a destra e l’altro a sinistra e, mi disse che qualche decennio prima: li avrebbero fatti un pochino più ampi.
Giunti comunque nel proprio Ufficio cominciò a mostrarmi su dei libri di storia dell’arte le varie opere del Cellini, soffermandosi su di ognuna di esse per fare le proprie competentissime osservazioni.
Poi tutto un tratto tornata a bomba sul nostro argomento dal momento che aveva notato che i documenti parlavano di incisioni e non di formelle come sostenevo io e glielo avevo fatto rilevare, mi fece osservare che: <Le incisioni, d’accordo, non c’erano ma non c’erano neppure le formelle e non essendoci nemmeno alcun segno di fori o quant’altro lo avesse fatto perlomeno supporre> mi chiese come avrebbero potuto aderire al quel Crocifisso?
Allora capii perché avesse insistito tanto sull’esistenza di quelle formelle in quanto, era ovvio che anche se spoglio in quel modo aveva riconosciuto che non sarà stato forse l’unico ma comunque uno tra i pochissimi che il Cellini aveva prodotto e che gli permetteva di distinguersi tra altri suoi pur validissimi affini. Per cui allargai le braccia e le risposi: <Che le posso dire io Dottoressina? Non lo so! Ce le avranno appiccicate con un pò sputo> E, salutatala cordialmente, mi accomiatai e me ne tornai a casa ad Abbadia.
Ma proprio nel cuore della notte ripensando a quanto mi era successo e per aver potuto avere in mano un documento che mi avesse fatto da testimone qualora avessi avuto intenzione di scrivere la storia di quel Crocifisso (come poi sia pur malamente ma in effetti ho fatto), presi la risoluzione di alzarmi dal letto e: <Gentilissima Dottoressa Laura Martini le scrissi via e-mail non si spaventi se mi vede riapparire; non è mia intenzione tediarla ulteriormente e rubarle ancora del tempo ma è soltanto per dirLe, brevemente due cose. La prima è che ho sicuramente indovinato il mistero di come potevano essere fissate le formelline rappresentanti in alto il Padreterno, a destra la Beata Vergine Maria e a sinistra S. Giovanni. Tratto in inganno infatti dalla descrizione che ne aveva fatta Mons. Volpini (che definiva come un tralcio sia davanti che sul retro e intorno alla medesima, altro ornato al traforo) ritenendo che si fosse trattato di tre elementi diversi che, come tali avrebbero costituito un problema ancora maggiore in quanto se le formelline erano tre con l’aggiunta di altri tre nuovi elementi sarebbero diventate sei, mi sono accorto invece che si trattava di un solo elemento. Che fatto a forma di U ed addossato a quella Croce ne seguiva i contorni ed inglobava le formelline senza lasciar loro spazio sufficiente per potersene andare allegramente a spasso per conto loro. Per cui mi sono anche detto:<Ma le immagini di quelle opere del Cellini che mi sono state tanto gentilmente mostrate dalla Dottoressa Martini, erano dei capolavori e, come tali, erano fatti per essere posti all’attenzione di
una sceltissima schiera di intellettuali, di esperti, di intenditori, di critici d’arte e siccome sarebbero dovuti risultare innanzitutto di massimo gradimento per una eventuale committenza, e nel contempo aver dato lustro pure all’autore avrebbe comportato per quest’ultimo, maggiore impegno di tempo e fatica. Cosa che mai sarebbe potuta succedere con un qualsiasi oggetto a carattere, per così dire: “devozionale” in quanto chi avesse avuto voglia di dire anche soltanto una semplice Ave Maria non sarebbe andato certo a veder prima se a Nostro Signore avessero sistemato a modo fino all’ultimo pelo della Sua barba, risultando pertanto inutile ogni e qualsiasi altra maggiore attenzione. Però, la domanda nuova che mi son posta è questa: Ma, allora è, forse questo il motivo che ne può determinarne la differenza? Raccomandandole di non voler stare nemmeno a rispondermi, perché avrò sicuramente detto qualche idiozia voglia gradire i miei più distinti ed affettuosi saluti ed ossequi. Suo dev.mo Balilla Romani
La storia, comunque, non si conclude affatto qui. Ne – La Casa Parrocchiale di Castel di Badia” già rammentata, infatti, si dice che, venuto a mancare Monsignor Volpini, nella sua qualità di Parroco venne chiamato a succedergli Don Umberto Buoni.(1924/1934)
Persona non di Abbadia tuttavia beneamato e riconosciuto come ottima persona da tutti (Buono di nome e di fatto, si diceva.) Il quale “Per lavori fatti sia nella Chiesa di Santa Croce che in quella del Monastero ed altre” ammontando la spesa alla vertiginosa somma di ben 163.833 lire(1°) quando, tanto per fare un esempio dai registri del Comune da me consultati per queste mie ricerche ho trovato che per lavori fatti in Santa Croce, nel 1936 lo stesso Comune aveva partecipato con ben 100 lirone di spesa. E che l’allora Ministro alle Finanze in un suo discorso agli italiani se ne era uscito dicendo che chi si fosse trovato in possesso di una banconota da 1000 lire avrebbe potuto incorniciarla ed appenderla al muro come fosse stato un quadro di autore) ebbero modo di rattristarsi un po’ tutti i badenghi al pensiero che, quel povero Prete sarebbe venuto a trovarsi in un gran mare di debiti. Comunque, nonostante fossero arrivate anche in Italia le prime avvisaglie della tremenda crisi economica che aveva già colpito l’America (2) tanto che da noi dovette chiudere persino la Miniera creando così un gran numero di disoccupati, siccome si diceva che Don Buoni avesse avuto per amico Arnaldo Mussolini, fratello di quel Duce che faceva il bello e il cattivo tempo a quei tempi in Italia e comunque personaggio conosciutissimo ed apprezzatissimo, anch’egli, da tutti i badenghi al punto che, questi ultimi, si sentirono in dovere di dedicargli oltre alla nuova strada che conduceva in montagna pure quell’aiuola-giardinetto situata dietro al Monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale la cui targa è stata cancellata soltanto dopo l’ultima guerra mondiale, che di soldi, questo suo importantissimo amico a Don Buoni oltre ad avergliene dati “sempre di gran tanti” (come si diceva una volta ad Abbadia) aveva generosamente provveduto a saldare pure quel debito.
Ma, siccome personalmente sono stato sempre molto diffidente nei confronti di atti di così grande liberalità e mecenatismo proposi al già menzionato Arc. Don Francesco Monachini, di tornare di nuovo insieme a ri-pesar quegli oggetti. E per quanto riguarda la Pace, nonostante che dai suoi dichiarati 300 grammi fosse invece risultata di 309 tenuto conto che, un tempo, aveva dietro una smaniglia rotta e al momento, rotta non lo era più dovemmo convenire che i 9 grammi in eccedenza dovevano riferirsi al peso del materiale occorso per la sua saldatura.
Ma, nonostante che il Crocifisso dai suoi 680 grammi fosse disceso a 420, non mi sconvolse, in quanto ebbi modo di capire perché si diceva che l’amico Arnaldo a Don Buoni di soldi gliene avesse dati (non sempre, però, come si diceva; ed è questo il punto) ma che pur essendosi limitato a quella particolarissima occasione soltanto, erano sempre e comunque di gran tanti. Ed erano, ovviamente, quelli che erano serviti a saldare quel debito. In fin dei conti, cosa avevano fatto di male tanto Don Buoni che Arnaldo Mussolini? Era un oggetto che apparteneva alla Chiesa e per la Chiesa era stato usato. E meno male che si trattava di un qualcosa di molto valore perché se non fosse stato tale e non vi fosse stata neppure la possibilità di modificarlo non avrebbe mai potuto dare a Don Buoni l’opportunità di saldare un debito che altrimenti non sarebbe mai stato in grado di poter onorare. Ma a tale proposito cito testualmente ciò che Don Carlo Prezzolini ebbe a scrivere nel suo libro “SANTA CROCE” la Chiesa Parrocchiale del Castel di Badia” pag. 43: Dopo i lavori dell’Economo Pizzetti, bisogna giungere a circa gli anni 1926-30 quando l’arciprete don Umberto Buoni, a quanto mi si riferisce, rifece tutte le travature del tetto e altri lavori di cui purtroppo non resta nessun documento fatta eccezione di una modesta nota del 1930 in cui sono riassunte le offerte raccolte… il grosso debito contratto dall’Arciprete di lire163.833?ma forse la somma si riferisce a tutti i lavori da lui fatti eseguire non solo in Santa Croce, ma anche nella chiesa dell’ex Monastero e in altre del paese. Per poi in un certo senso contraddirsi a pag. 48 dello stesso suo libro in quanto: “65 Ibidem sez. C, fil. Abbadia S. Salvatore, fasc. I ins. 2, anno 1930. si esprime così: Riguardando meglio fra alcune carte d’archivio, ho trovato anche una lettera dell’Arc. Buoni del 6 Aprile 1932 dalla quale risulta che per i restauri della chiesa di S. Croce la spesa fu di lire 140.000, contro un entrata di lire 139.000, di cui 71.000 date dallo Stato, 15.000 dai signori Baiocchi, 8.000 dal Fondo Culto, 20.000 dalla Confraternita di Misericordia di Abbadia e 25.000 dalla popolazione, Ibidem, anno 1932. Dei lavori fatti, l’Arciprete Buoni, fece poi un resoconto, con la storia, che pubblicò nel settimanale Araldo Poliziano, anno XXV. n.49, 8 Dicembre 1924 poi, tra parentesi quadra [1934] Pertanto il “gran debito”, si sarebbe ridotto a sole 1000 lire? Ma, sentito personalmente Don Carlo, Lui dice di non saperne niente. Come pure all’Araldo Poliziano cui mi sono rivolto con tanto di coordinate fornitemi dallo stesso Don Carlo non sono riuscito a cavare un ragno da un buco! La storia, comunque, non si conclude nemmeno qui perché altre ed interessantissime cose ci sono ancora da dire.
Su di uno dei citati documenti infatti, Monsignor Volpini ha lasciato una scritta ma così astrusa, così sibillina al punto che pure studiosi di un certo livello, non essendo riusciti a darle un senso quantomeno attendibile (a dispetto quindi di quanto sembrava che chi ne fosse stato l’autore avesse avuto grandi difficoltà a distinguere tra i termini fusa e fondata e fra incisa e scolpita ed altre banalità del genere (chissà se il Carocci ne avrà mai sentito parlare di questa lingua?) recita testualmente: <A gente abbatiarum cave, quando dicunt tibi ave, decipiunt suave suave.>
Ma per quanto a prima vista fosse sembrato evidente che Mons. Volpini l’avesse avuta con i propri compaesani magari per qualche torto subìto giudicandoli tutti una massa di briganti e per dar forza al discorso avesse voluto esprimere tutta la sua rabbia il suo livore nei loro confronti spingendo la gambina della e del secondo suave fin quasi a farla uscire dalla pagina, non riuscivo però a convincermi pienamente che fosse stato quello il vero senso che le si sarebbe dovuto dare. In quanto stilato su quel documento doveva, per forza riferirsi a “quel documento” e non ad altro.
Finché un bel mattino dopo essermici arrovellato intorno per alcuni mesi ebbi come una illuminazione e ad un tratto mi dissi: <Ma non sarà invece che Mons. Volpini abbia voluto alludere a qualche personaggio di qui, di Abbadia, che per un verso o per l’altro, abbia avuto gioco in tutta questa vicenda?> Tanto che senza neppure essermene potuto rendere conto mi saltarono in mente, per primo Don Marco Barbieri (badengo)e, poi, subito appresso lo stesso Mons. RaffaelloVolpini (badengo anche lui).
Per cui cominciai a ridere ma così di cuore e così tanto che dovetti addirittura reggermi la pancia. E, infine esplosi e dissi: <Briganti? Peggio! Preti! Ho capito, finalmente, cosa abbia voluto intendere il nostro eccellentissimo Monsignore!> E la interpretazione più certa che si possa dare dico che sia questa: <Dei badenghi non ti devi mai fidare perché anche quando pensi che ti rivolgano il loro saluto, e lo facciano solo perché ti stimino molto di più di quanto tu non arrivi a stimare loro, in quel
preciso momento (dolcemente dolcemente, s’intende, in modo cioè, che tu non possa nemmeno rendertene conto) pensino invece come fare per darti qualche solennissima buggeratura!>
E questo si spiega con il fatto che Monsignor Volpini certo ormai che, il Sottoprefetto di Montepulciano aveva preso per buono l’elenco degli oggetti antichi così, come lui stesso gli aveva fornito, con quella esuberante estensione della “e” anche se involontariamente aveva messa in luce tutta la sua grande soddisfazione per essere riuscito finalmente a raggiungere lo scopo che si era proposto.
Analizzando infatti attentamente la frase se ne può dedurre che: come Don Marco Barbieri (nomen omen) era riuscito a farla in barba al Granduca, con quella famosa sua lettera nella quale diceva di farsi ardito di chiedere ecc. ed esprimeva tutta l’infinita sua deferenza nei confronti del Cavalier Sottoprefetto Montepulciano, protestandosi “con profondo ossequio: Della Signoria Vostra Illustrissima Abbadia S. Salvatore Li 3 Luglio 1905 Devotissimo Servo Arcip: Raffaello Volpini (anche se un cognome del genere, qualche piccolo dubbio avrebbe dovuto metterlo loro in testa) altrettanto aveva fatto il sullodato nostro scaltrissimo Monsignore con gli occhiuti rappresentanti di una Casa Savoia allora regnante).
Dato poi che proprio stamani 18 luglio 2020 su di un altro piccolo elenco stilato su carta a quadretti come si usava per far di conto una volta, con firma nella classica, bella calligrafia, propria di un prete (e in questo caso proprio di Don Buoni) e con su specificato: <”battuto” a macchina da Don Angelo Avanzati nell’anno 1935> assieme ad altri piccoli oggetti vengono citati pure: un Crocifisso ed una Pace di 300 grammi, il fatto, che non sia stato dichiarato anche il peso del Crocifisso non potendosi assolutamente ritenere che tutto ciò sia accaduto soltanto per una banale dimenticanza, sta a significare che, a tale data, Don Buoni il Crocifisso aveva già provveduto a “spogliarlo”. Mica però di cose strettamente necessarie, ma solo di quel “qualcosa” che al momento forse sarebbe potuto sembrargli pure di troppo.
Potrei, poi, avanzare anche un’altra considerazione e dire: <Siccome il nome di Don Angelo Avanzati, richiama automaticamente quello di Don Giovanni Battista Coppi che sarà il nuovo Parroco dopo Mons. Volpini, e che io personalmente ho conosciuti perché non sono personaggi vissuti nella preistoria e di altri sette preti più, che in quello stesso momento operavano in seno alla Parrocchia si può davvero pensare che fossero stati tutti all’oscuro di tutto? O che abbiano invece visto con i propri occhi il Crocifisso tanto prima che dopo “l’intervento” e siano stati proprio loro, tutti d’accordo, a mettere in giro la voce che l’amico Arnaldo di soldi a Don Buoni, gliene avesse dati (non sempre però) ma limitati a quella particolare occasione soltanto sempre veramente gran tanti?
E che lo abbiano fatto pure in piena coscienza di fare opera più che lodevole nel pieno rispetto del Vangelo che in Matteo XII, 1-8 recita: <Non avete letto che fece David, quand’ebbe fame, egli e chi era con lui? Com’egli entrò nella casa di Dio e mangiò i pani della proposizione, de’ quali né a lui né a chi era con lui era lecito di cibarsi ma a’ soli sacerdoti e pure i sacerdoti nel tempio che rompono il sabato sono anch’essi senza colpa?> e in barba, quindi, a certe leggi e a certi precetti Don Buoni che tenendo più in conto la fame di coloro che dopo aver prestato la loro opera in quella Chiesa erano ancora in attesa di ricevere la “loro meritatissima ricompensa non pensando certamente che vendere i beni della Chiesa, fosse da considerarsi sempre come peccato grave di simonia altro non fece che adempiere scrupolosamente ad un suo più che sacrosantissimo dovere.
A questo punto dovendosi doverosamente riconoscere al fascismo almeno il pregio di aver tenuto sempre ed orgogliosamente alto il prestigio dell’ Italico Genio si può comunque affermare che già dal 1939 con il ritorno dei monaci ad Abbadia cominciando gli stessi a render pubbliche le molte ed inedite notizie riguardanti quel loro venerabilissimo antico Monastero, saltata fuori la storia delle opere del Cellini, senza ormai più tema di vedersele in qualche modo sottrarre, anzi per aver modo di potersene addirittura vantare (perché mica tutti i Paesi potevano avercele) amministrazioni comunali dell’epoca hanno voluto intestare persino una via a nome di Benvenuto Cellini.
Ma se qualcuno avanzasse qualche dubbio sulle conclusioni cui siamo giunti e obiettasse che nella odierna toponomastica paesana figura pure un Piazzale Michelangelo, pur non avendo detto personaggio avuto mai niente a che vedere con il nostro Paese, si può dire che è nato appunto dalla
errata convinzione che essendo il Paese fino a pochi decenni prima, circoscritto in un area che non si spingeva oltre l’odierno Ospedale e la zona denominata La Casetta, tratti in inganno dal fatto che Via Cellini si trovava all’inizio di uno spazio praticamente vuoto, (era l’area del vecchissimo cimitero) pensando fosse stata nominata così perché altre vie che sarebbero venute dopo si fossero volute intestare a personaggi famosi italiani, siccome proprio accanto ad una Via Cellini ci sarebbe stato proprio a pennello un Piazzale Michelangelo hanno deciso di scegliere il suo nome. Bisogna dire inoltre che dal momento in cui per una fiammata di euforia risorgimentale essendo stata fatta Roma capitale d’Italia e a norma delle allora vigenti leggi tutte le città e i paesi avrebbero dovuto intestare al nome di Roma una delle loro vie più importanti, amministrazioni comunali dell’epoca non si limitarono solo a togliere oltre ai romantici nomi dati loro in antico persino il nome di Guglielmo Marconi da quella che oggi chiamiamo Piazza XX Settembre e che da lì si allungava fino al Monumento ai Caduti della Ia Guerra Mondiale, per darle nome Via Roma, la estesero pure a tutte le altre Vie del “Paese Vecchio.” Quindi, non avendo nemmeno lontanamente pensato a togliere il nome a Via Cellini per mettergliene un altro una più che valida ragione dovrebbe esserci stata per forza. O sbaglio?
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2)Noto col nome di “giovedì nero”, poiché alla Borsa di New York vengono scambiati 13 milioni di titoli e anche nei giorni successivi le vendite continuano incessantemente. Questa corsa alle vendite causa un repentino crollo del valore dei titoli, colpendo l’economia statunitense e tutte quelle che ad essa erano collegate. Il “giovedì nero” rappresenta una data simbolica per identificare una crisi economica che ha radici lontane e che si protrarrà per diversi anni. (Wikipedia alla voce su tale crisi)
Nota: Essendo ancora alla ricerca di un catalogo di tutte le opere del Cellini ai primi di Novembre del 2021pensai di far scrivere da Don Francesco il defunto Parroco di Santa Croce (che era pur sempre un Monsignore) sia al Direttore dei Musei Vaticani sia a quello della Biblioteca Vaticana per sentire se ci avessero potuto dir loro qualcosa tanto su quel N° 88 che su quel nome Ansaldo Gaspero che figurano dietro al Crocifisso: Ebbene, ad oggi, qualsiasi sia la data in cui si stia leggendo questa mia nota, non c’hanno ancora dato nessuna risposta.
RIFERIMENTI: Carocci, Guido, Firenze 1851 set. 16 – Firenze 1916 set. 20. Critico d’arte, storico, dirigente statale (Firenze 1851 – 1916) Erudito, autore di testi di grande significato scientifico per l’arte e la storia di Firenze, funzionario che ha ricoperto nel tempo ruoli di altissimo livello nell’Amministrazione delle Belle Arti, è stato una delle figure più rappresentative dell’impegno di catalogazione e salvaguardia delle opere d’arte fiorentine e toscane. (e, circa la catalogazione, tra poco ne sentiremo proprio delle belle.) Di lui si hanno scarse notizie biografiche. Di origini livornesi da parte di padre (il padre, Giorgio, era scultore), nasce a Firenze il 16 settembre 1851 e, dopo una breve carriera come pittore dilettante nel Circolo artistico fiorentino, frequentato da artisti e letterati che gravitano attorno al Caffè Michelangelo, si dà giovanissimo al giornalismo. La sua attività di giornalista è relativamente breve: Carocci si impegna soprattutto come cronista di vari giornali cittadini (La Gazzetta d’Italia, La Gazzetta del Popolo, il Fieramosca e La Nazione). Animato da un grande amore per la sua città natìa, oltre che dotato di una prodigiosa memoria, Carocci orienta il suo desiderio di sapere ad un’indagine sempre più approfondita delle bellezze artistiche e delle memorie storiche di Firenze, nonché delle campagne vicine, visitando Gallerie e Musei, frugando in Biblioteche e Archivi, divenendo così – tale lo definisce Carlo Papini – “il più competente ed il più dotto nella storia dell’arte, nella genealogia, nell’araldica, nella topografia fiorentina” (cfr. “In memoriam”, Discorso pronunciato da Carlo Papini nel Museo di San Marco in occasione della inaugurazione del monumento a Guido Carocci il 20
settembre 1918). Di lui non possiamo non ricordare lo straordinario “Schedario“, una raccolta aurea di notizie che egli compilò pazientemente con infinita passione di studioso aveva raccolto (possono bastare le cifre per dirci che questo doveva essere uno psicopatico? Uno che rasentava la pazzia?) oltre 40.000 schede ripartite per materie e per ordine alfabetico. Nel 1887 Carocci varca la soglia dell’Amministrazione delle Belle Arti, nella quale ricoprirà molteplici e prestigiosi incarichi: ispettore regionale dei monumenti, membro della Commissione Conservatrice, commissario di Belle Arti, membro dell’Ufficio Regionale, direttore del Museo di S. Marco e dei Cenacoli, consulente per l’Ufficio Esportazione (Cfr. Gabriella Di Cagno, Arte e Storia. Guido Carocci e la tutela del patrimonio artistico in Toscana, Firenze, Ed. Ponte alle Grazie, 1991, p. 56). Dal 1887 al 1909 (**) si occupa, su incarico del Ministero della Pubblica Istruzione, della redazione del Catalogo generale delle opere d’arte, prima per la parte riguardante la provincia fiorentina e successivamente anche per le altre città e province della Toscana. La sua attività non si limita al censimento degli oggetti “di sommo pregio”, come era nelle consuetudini del tempo e come del resto esplicitamente prescriveva la legge Nasi, ma scivola spesso in provvidenziali e intelligentissime “trasgressioni”, fino a far cadere nella rete della schedatura opere che al gusto ed alle valutazioni commerciali dell’epoca non dovevano certo apparire di primaria importanza (Cfr. Antonio Paolucci, Il catalogo dei beni culturali di pertinenza ecclesiastica nelle province di Firenze e Pistoia: prospettive ed ipotesi di strutturazione museale del territorio, in Bollettino d’Arte del Ministero della Pubblica Istruzione, serie V, anno LVIII, 1973, II-III, pp. 186 e segg.) Rivolge, infatti, la sua attenzione anche alle opere di luoghi trascurati come le chiese di campagna e gli oratori soppressi. Nel 1890 affianca alla compilazione del Catalogo generale, il Catalogo degli oggetti vincolati da servitù di pubblica esposizione per conoscere e far conoscere un materiale considerato minore, vale a dire tabernacoli, stemmi, decorazioni e tutto quanto, di questo materiale meno studiato, può rivestire un valore storico Carocci, mettendo a disposizione anche il frutto di anni di ricerche d’archivio, cura, oltre alla compilazione dei suddetti cataloghi, anche l’Elenco degli edifici monumentali (elenco sommario concordato tra l’Amministrazione periferica ed il Ministero della Pubblica Istruzione, a partire dal 1884, per cercare di superare lo scoglio dei tempi molto lunghi che il progetto del Catalogo richiedeva). È dal 1890 che la semplice enumerazione in cui consiste l’Elenco dei monumenti si trasforma in un vero e proprio catalogo. Il contributo del Carocci al Catalogo è determinante anche per quanto riguarda i riscontri effettuati sul patrimonio degli oggetti d’arte sacra per i quali non esistevano altro che inventari risalenti alla soppressione del 1866 (Cfr. Gabriella Di Cagno, Arte e Storia. Guido Carocci e la tutela del patrimonio artistico in Toscana, Firenze.)
Avendo, poi, per le mie ricerche interessato l’amico Dott. Giorgio Catena, Questi mi girò la presente email:
Caro dott. Catena,
Le giro la mail della dott.ssa Selene Sconci, una bravissima storica dell’arte, già direttore del Museo
di Palazzo Venezia. Può quindi dare al suo conoscente (che sarebbe il sottoscritto) il cellulare del dott. Pietro Cannata, raccomandandosi che dica che il cellulare l’ha avuto da Maria Selene Sconci. (aggiunto a voce: sennò si arrabbia)
Mi faccia sapere se la cosa va in porto.
SCONCI MARIA SELENE
Inviato: venerdì 7 luglio 2017 13.30
SHEPHERD ELIZABETH JANE
Oggetto: R: solo tu puoi aiutarmi….
Prova a chiamare a nome mio Dr. Pietro Cannata 06. 35451890
(non ho cell.) Ha circa 8o anni ma in gamba.
A proposito, invece, di Arnaldo Mussolini(1) riporto: 1°) … Anche sul fronte personale lo stesso sottolineava l’importanza della «spiritualità nel fascismo» e la natura non opportunista di tale tema, ponendo esplicitamente la questione della centralità della religione nel regime e nella vita dei fascisti, non senza sottolineare i vantaggi ottenuti dalla Chiesa
grazie al fascismo. Anche sul fronte personale, per altro, malgrado l’immagine integerrima di marito fedele che il fascismo ha voluto accreditare, le cose erano più complesse: appare evidente che vi furono ricchezze accumulate, necessarie anche per mantenere un’amante, la scrittrice Maddalena Santoro, cui regalò, oltre a una discreta somma, due appartamenti arredati uno a Firenze e l’altro a Roma……
1°) … Nella puntuale e articolata indagine di Fanizza(2) che mette in luce gli aspetti politico-affaristici del Duce e di suo fratello Arnaldo (coinvolto nella tangentopoli milanese del 1930 e custode, tra l’altro, di un ingente patrimonio finanziario e di molti segreti, tra cui le vicende connesse al delitto Matteotti), balza all’attenzione l’attività di rigido controllo e di censura nei confronti della Santoro, esercitata dalla polizia segreta dopo l’improvvisa scomparsa di Arnaldo nel dicembre del 1931….
(1) Google alla voce: Arnaldo Mussolini.
(2) Un’intellettuale salentina nella Storia dei Mussolini. – “La donna segreta di Arnaldo fratello del Duce” di Vittorio Levezzi.
DOCUMENTO IN CUI SI DICE: Dal 1° Agosto 1931, disposizione governativa firmata da Benito Mussolini con la quale si ordinava per festeggiare il 10° Anniversario della Marcia su Roma a tutti i Centri Urbani con l’inizio dell’Anno di intitolare una strada propria alla Capitale (D’ordine di S. E. il Capo del Governo tutti i Centri Urbani abbiano intitolata con l’inizio dell’Anno Decimo una via non secondaria al nome di ROMA)
*Immagine di Copertina: Il Crocifisso in rame custodito in Santa Croce; Foto di Lucia Romani
Per leggere l’articolo originale e l’allegato cliccare i file qui sotto
Abbadia è una scoperta continua; tra i vicoli del suo castrum riecheggiano innumerevoli vicende di un tempo che fatichiamo ad immaginare. Alcuni semplici momenti di vita sono rimasti impressi nella storia. Chi avrebbe mai detto che un certo Micciarello, insieme alla moglie Gualdrada ed al Notaio Rainerio, sarebbero stati i protagonisti di una rivoluzione linguistica e, forse, culturale? Ancora oggi illustri studiosi si interrogano sul significato de La Postilla Amiatina, documento scaturito da questi tre protagonisti ed ormai tornato all’attenzione dei badenghi. Come quasi tutti i nostri lettori sapranno La Postilla rappresenta uno degli scritti più rappresentativi del passaggio dal latino al volgare in Italia. Ma fra tutte le sue interpretazioni spicca quella di un badengo che “giocando in casa” riesce ad intuire il significato delle parole di questo breve, ironico, poetico ed inestimabile pezzo di carta. Avrete già capito di chi stiamo parlando. Balilla Romani, il badengo per antonomasia, è già autore di ricerche che abbiamo proposto e di altre che proporremo. La grande storia si può afferrare solo se si conosce la piccola storia; solo se si ha confidenza con usi, costumi, modi di dire e lingue locali si può avere la chiave di lettura per argomenti divenuti ormai universali. Buon proseguimento di scoperta. (Vitriol)
A cura di Balilla Romani
DIVAGAZIONI A PROPOSITO DELLA “Postilla Amiatina”
Nel nome del Signore Dio nostro Salvatore Gesù Cristo nel mese di Gennaio, corrente l’anno dalla Sua Incarnazione Milleottantasette, indizione ottava nel Monastero del Signore Salvatore, situato in un luogo detto Montamiata …
… con regolare atto pubblico stipulato di fronte ad un notaio, un tal Micciarello figlio del quondam Guido, soprannominato “Capocotto” e sua moglie Gualdrada figlia di Rolando facevano dono di tutte le loro sostanze al Monastero suddetto.
Sennonché il notaio che stese quell’atto vi appose una così curiosa postilla che per il termine rebòttu di cui fece uso, fece sì che, sebbene da ormai più di un secolo letterati e studiosi in gran numero si stiano affannando per trovarle un senso quantomeno attendibile nessuno ancora è riuscito a raggiungere il fine che si era proposto.
Premetto, che non appartengo, purtroppo, alla esimia schiera dei dotti ed è, quindi, quasi con rossore, che questa mia voce si affaccia tra le ragguardevoli e tante che si sono espresse su tale argomento.
Dal momento, però, che sono un badengo e, per la mia ormai non più giovane età essendo vissuto in tempi in cui il nostro dialetto veniva parlato correntemente, così come forse lo si parlava da secoli, posso affermare con estrema certezza, che se ciò non è ancora avvenuto è perché nessuno ha tenuto mai conto sia della lingua che degli usi e costumi badenghi, dal momento che si sarebbero rivelati, invero di fondamentale importanza. Per quanto concerne la lingua può infatti, valere l’esempio di ciò che, di recente, si è riproposto anche ad altri eminenti studiosi. I quali di fronte ad una frase che diceva “La sera, prima di andare a letto, “si mettevasu un pezzòlo” perché avesse tenuto caldo per tutta la notte”, non riuscendo a capire cosa fosse stato questo “pezzòlo” e, non essendo riusciti neppure a comprendere il motivo per cui lo si fosse dovuto mettere addirittura “sul letto” dovettero rivolgersi ad un loro collega di qui, di Abbadia. Il quale non però in veste di persona istruita, come si potrebbe giustamente pensare ma, semplicemente, perché era un badengo, poté spiegar loro che il pezzòlo altro non era se non il ciocchetto, ossia, il comune “pezzetto di legna” che, andava messosulfuoco perché non si fosse spento durante la notte.
Mentre, riguardo, a quanto può concernere la conoscenza degli gli usi e dei costumi badenghi c’è da aggiungere che ad Abbadia si era soliti dare alle genti nomignoli che anche se oggi farebbe arrossire soltanto pensarli, poiché si adattavano perfettamente alle caratteristiche delle persone cui venivano imposti chi li portava non se ne sentiva affatto, umiliato ed offeso. Basti dire di una donna, che soltanto per esser nata illegittima veniva chiamata“Bastarda”; o un’altra ancora della quale non poteva, certo, dirsi che madre natura l’avesse dotata di un fisico proprio perfetto veniva chiamata “La Storta”, o un’altra ancora che, per esser caduta più volte col viso sul fuoco ed averne riportate scottature che glielo avevano devastato in maniera che sarebbe poco definire oscena, veniva chiamata “Bruciata” non mancando peraltro nemmeno tra gli uomini i vari Gòbbi, o Gguèrci, o “Mmùti” a causa delle loro infermità o di altre loro malformazioni venivano dati loro i soprannomi più strani a buona ragione si può ritenere, che “Capo Cotto” non sia stato soprannominato così perché fosse stata un testa calda come si vuol dir da qualcuno ma forse perché a causa di qualche incendio, molto frequenti per il gran numero di “seccatoi”(1) presenti una volta ad Abbadia o di qualcosa di bollente che gli fosse caduta sul capo, si fosse procurate delle ustioni così gravi ed estese da farlo sembrar come cotto. Ciò nonostante, sebbene sfigurato e malconcio, riuscito a scampare ad una così immane tragedia nella quale aveva rischiato di perdere persino la vita, per un senso di gratitudine grande verso Colui dal Quale credeva di essere stato miracolosamente salvato, ha voluto donare tutti i suoi beni alla Chiesa, titolata del Nome del Santo suo Salvatore. Sarà inoltre opportuno ricordare che agli inizi degli anni mille, di quegli anni, cioè, ancora molto vicini ad un parlare latino per dare del “testa calda” a qualcuno se non vi fosse stata una più che seria ragione non avrebbero mai usato un termine che non si fosse quantomeno avvicinato a quel “cerebrosum” dal quale, probabilmente, discende l’attuale badengo“cervèllu bbacàtu”per cui risultando essere stata un’offesa non ci sarebbe stato badengo che non avrebbe risposto in maniera adeguata” (leggi pure violenta) e, poi perché si sarebbe potuto far credere che i badenghi non fossero stati capaci nemmeno di distinguere una cosa calda da una cosa cotta, bisogna convincersi che i motivi che hanno dato origine a quella donazione siano proprio quelli gli stessi che abbiamo supposti.
E se ciò non bastasse, ce ne potrebbe dare conferma la stessa Gualdrada con il suo comportamento perché se andassimo a rileggerci il testo di quella loro donazione troveremmo lei pure dinanzi al notaio; ma non tanto per quel suo coniuge o sposo o consorte ma con un termineche forse ancor più di ogni altro riesce adesprimere un concetto di forza, di coraggio, di virilità, che dice, insomma di qualcuno cui una donna può accostarsi serena, sicura di riceverne, affetto, protezione, riparo anche se si può immaginare Micciarello di un aspetto a dir poco, terrificante lei chiama pur sempre con il dolcissimo nome di “uomo mio”. Termine che continuando ad essere usato nel tempo è riuscito a giungere fino a qualche decennio fa quando, le donne di Abbadia hanno cessato completamente di chiamare “i’ mmi’ òmo” il proprio marito. A questo punto pensando di avere concesso ormai spazio abbastanza a questo argomento, ritengo si possa tranquillamente passare ad altri di non affatto minore importanza.
Tenuto conto pertanto, che gli atti andavano fatti di fronte a un notaio, dal momento che ci vien detto: (2)Dopo che i clienti hanno esposto oralmente in volgare,nella varietà idiomatica locale, la transazione a cui egli conferirà valore legale (la pubblica fides) lo stesso, redige l’atto e passa – dunque – dall’oralità alla scrittura e dal volgare al latino” a buona ragione ci si potrebbe chiedere che motivo avrebbe potuto avere il notaio per andare persino a scomodare il diavolo in Francia perché “rebòttu” (come se noi non avessimo avuto già nella nostra lingua un voce come ribaltare) sembra fosse stato il corrispondente dell’antico vocabolo francese “ribaut”, ribaldo, dissoluto, scialacquatore, demonio, insomma, termine che il notaio del Sacro Palazzo poteva bene aver sentito da uno dei tanti pellegrini francesi che percorrevano alla volta di Roma la Via Francigena assai prossima al Monastero di San Salvatore quando, con risultati assai molto migliori e con meno dispendio di tempo e fatica avrebbe potuto svolgere le proprie ricerche entro l’area lessicale badenga?
Dal momento, infatti che entro quest’area, la lettera “v”poteva facilmente mutarsi nella lettera “b” e, questa a sua volta, fare altrettanto con la lettera “v” avrebbe potuto facilmente sentir raccomandare a chi fosse uscito di casa in una fredda giornata d’inverno <Combbògliti!> Ossia, convòlgiti! Cioè: chiuditi bene nei panni!O di chi avesse riso in maniera smodata che <Cchéllu ci s’abboglìva addrittùra da’ le’ risàte!>; ossia che <Quello ci s’avvolgeva addirittura dalle risate. O di chi si fosse svegliato da poco, che: <cchéllu s’era appéna risbbéjlttu>. Tenuto conto, pertanto, che pure altre lettere, come le “e” e le “i” e, talvolta, pure le “a” avrebbero potuto comportarsi alla stessa maniera, avrebbe potuto sentir pure: “Finìsce”o “Ffenìsce” per dire“Finisci” o “Cchiedìmo” o “Cchiedémo” per dire “Chiediamo”.
Considerando, quindi, che a “regole” tali non avrebbe potuto sottrarsi nemmeno il verbo “rivojlttà”, ossia, “rivoltare”in presenza di cose messe sossopra, o comunque, in qualche modo rivoltate, o rimosse, avrebbe potuto sentir pure che: “‘n cchi’ ppostu èra tùttu “ribòjlttu”. O molto più probabilmente ancora, “rebòjlttu” come vedremo più tardi, (e vedremo pure il perché possa essere saltato fuori “rebòttu”)offrendoglisi così una eccellente occasione per arrivare a comprendere il significato del termine senza essersi dovuto spremere nemmeno più di tanto il cervello.
Dal momento, poi che tutt’oggi qualcuno ad Abbadia dovendo fare “un contratto” usa ancora l’antica espressione e anziché dire di voler fare un “contratto” dice di voler fare una “vojlttura”dato che questo termine sembra sia entrato nel lessico soltanto agli inizi del XVIII° secolo si può davvero pensare che fino ad allora i nostri antenati badenghi non avessero avuto possibilità di fare contratti perché sarebbe mancata loro la “parolina”? O non ci dice, invece che quel vocabolo sia la convincente riprova di una lingua correntemente parlata in quanto se il notaio avesse usato un termine che non fosse stato alla portata di tutti che senso avrebbe avuto scriverlo su quel documento? Dobbiamo, pertanto rassegnarsi a credere che Micciarello abbia chiesto al notaio, di voler fare “un rebòjlttu”.
E il notaio usando quel termine non si può nemmeno dire che sia venuto a costituire un hapax perché anche con una sola probabilità su di un miliardo (mettiamone pure due) dal momento che l’analfabetismo a quei tempi era molto diffuso per cui gli scritti saranno stati ben pochi sarà difficile ma non impossibile ritrovarselo tra i piedi di nuovo in qualche altra occasione.
Se, invece, avessimo veramente voglia di parlare di un hàpax, migliore occasione di quella che ci ha data il nostro Prof. Giancarlo Breschi, non ce l’avrebbe potuta mai dare nessuno poiché avendo appreso non si sa nemmeno da chi che tanto in Maremma che in Val di Chiana, e quindi nemmeno ad Abbadia dove si sarebbe detto – “ciòla” – il rospo lo chiamano botto, si è portato da quelle parti, ha chiesto ad ogni persona che incontrava se, per caso, il rospo lo avessero chiamato sempre ancora botto, avutane conferma se ne è tornato prestamente a casa felice di poter finalmente stilare la propria postilla. E per veder da un “illu rebòttu” di poterci ricavare il vocaboloBòttu ha iniziato a scriverlo con una“i”estremamente minuscola perpoi, dovendo giustificare l’ingombrante presenza di due elle (ll),data la loro somiglianza ad una “U” in forma maiuscola, passare davvero ad una “U” estremamente maiuscola, e finire poi con un “re” rigorosamente minuscolo. E benché dagli esperti si dica che un fenomeno tale, non abbia mai trovato riscontro in tutta la più che vasta produzione letteraria italiana; sia passata che presente e che, se ne può star certi, non si registrerà mai, nemmeno in quella futura con questo giochetto è riuscito comunque a far accettare da qualcuno la sua nuova dizione iUre bottu.
Quando poi, per ben due volte e smentendosi pure clamorosamente (tanto a pagina 20 che a pag. 34 de “La Postilla Amiatina” atti del convegno ecc.) scrive, “de iure bottu. Alla stessa maniera cioè di come potrebbe scriverlo chiunque avesse almeno un pochino in confidenza gli universali princìpii dello scrivere corretto.
E se si fosse limitato soltanto a questo cioè, se dopo aver colmato ben 32 pagine (17 nella prima edizione ed altre 15 nella seconda) percercar di renderci comprensibili le proprie complicatissime elucubrazioni se ne fosse stato zitto, ci potremmo pure dichiarar soddisfatti almeno non sarebbe andato ad inciampare in altra sua affermazione (La Postilla Amiatina citata Pag. 31 dodicesimo rigo dal basso) nella qule si legge: SE REGGE, DUNQUE,LA NOSTRA ANALISI SULLA POSTILLA … Ma questo SE nonpotrebbe bastare da solo a dirci quanto sia poco o niente convinto di quello che dice il nostro Esimio Professore Chiarissimo Giancarlo Breschi?
Comunque, tanto per riprendere il nostro discorso, se ci venisse richiesto pure il motivo per cui il notaio avesse scritto rebottu si può rispondere che lo ha fatto perché non è stato capace di esprimere graficamente il fonema!
Avrebbe potuto succedergli, infatti, come di recente è successo anche ad un nostro illustre concittadino il quale, nonostante una cultura di tutto rispetto, nonostante fosse nato ad Abbadia, nonostante sapesse scrivere bene, ma purtoppo, ben poco in badengo, volendo in uno dei tanti suoi simpaticissimi articoletti descriverci un qualcosa che però senza aver messo gli accenti tonici dove invece sarebbe stato obbligato a metterli lo aveva descritto FAIICU, al punto che lo stesso Professor Breschi invitato a leggere il brano sul quale figurava quel nome, sillabando come un bambino di una prima elementare lesse a fatica F-A- I- Ì- C- U ; ma facendo ricadere l’accento tonico sulla seconda Ianziché sulla A dove invece avrebbe dovuto metterlo riuscì soltanto a rendersi ancor più difficile e complicato il senso che si sarebbe dovuto dare a quel termine. (Ma questo non lo dico per volergliene fare una colpa, perché in quelle stesse condizioni sarebbe potuto succedere a chiunque). E soltanto quando io, da badengo, gli feci notare dove stava l’imbroglio, anche se, procedendo nella lettura arrivò a trovare “a i i t r i” sapendo che avrebbe dovuto leggerlo “à j l t t r i”, ossia “àltri” riuscì a pronunciarlo in maniera corretta.
Ho proposto comunque questo esempio perché confrontando i casi della Storia antica con quella moderna ho notato che talvolta si possono trovare pure delle incredibili somiglianze al punto che persino la compianta Odile Redon nel suo libro(4) “Uomini e comunità del contado senese nel duecento”) a proposito di un documento, anch’esso antico abbastanza ci dice: <La copia si legge con difficoltà, la grafia è pessima e diversi sono gli errori di ortografia, ma è quasi senza lacune; è stata scritta probabilmente all’inizio del Duecento da uno scriba negligente, frettoloso o ignorante.>
Per cui immaginando che uno scriba, per l’esecizio di quella sua “professione” avrebbe, se non altro, dovuto, saper leggere e scrivere correttamente, non è stato capace di evitare errori di ortografia su dei documenti sicuramente importanti, si può pensare che Micciarello può aver detto pure “rebòjlttu”; e il notaio trovandosi alle prese con un termine così contorto abbia semplificato ed abbia scritto “rebòttu”. Consigliandoci al tempo stesso di dover indulgere assai anche nei confronti del nostro illustre concittadino per gli “errori”, tra l’altro, persino un po’ somiglianti: fàjlccu e rebòjltu che per quel suo poco bene esprimersi in badengo, aveva commessi.
E se ci si dovesse pur chiedere il motivo per cui il notaio abbia scritto quella Postilla, dal momento che sembrerebbe non avesse nemmeno nulla a che vedere con il contenuto dell’atto da lui stesso stilato si può rispondere che lo stesso non vedendoci chiaro abbastanza nel comportamento di quel suo cliente, che dapprima, in perfetto badengo, gli chiede di voler fare un “rebòttu” e, poi, in un elegante latino, gli sciorina un passo della Sacra Scrittura che a mala pena, forse, un docente di lettere o di Sacra Scrittura sarebbe stato capace di esprimere, volle che fosse scritto sull’atto: <Quisquis in sanctis ac venerabilibus locis ex suis aliquid contulerit rebus iuxta vocem auctoris, in hoc seculo centuplum accipiat et insuper, quod melius est, vitam possidebit eternam> l’aveva indotto a capire che qualche Monaco disonesto e furbacchione, avendo più a cuore la crescita del proprio Monastero che le sorti (quali esse fossero) di Micciarello e di sua moglie Gualdrada, anziché mettersi scrupoli all’anima che lo avrebbero indotto a desistere aveva procurato di metterci il suo non proprio disinteressatissimo zampino. E siccome il notaio, i monaci li conosceva bene tutti, uno per uno e aveva capito pure chi poteva essere stato a dare a Micciarello il cattivo consiglio di quella sua donazione, conoscendo già forse i proverbi (anche se detti magari in tutt’altra maniera) il primo che diceva: <Chi paga avanti secca la vigna> ed il secondo: <A chi del suo si protesta, dagli un maglio nella testa!> non volendo che Micciarello fosse stato fatto vittima di una vera e propria rapina, in un primo momento avrà tentato di non fargli far quel “rebòttu” .Ed avrà pure insistito.
Visto però inutile ogni suo sforzo, anche se obtorto collo il notaio ha dovuto e tornare ad essere semplicemente un notaio; il cui compito era soltanto quello di realizzare la volontà del cliente.
Tuttavia, avendo per oltre venti anni esercitata la sua professione ad Abbadia sapendo che se avesse fatta una donazione del genere Micciarello non si sarebbe proposto alla storia come un antesignano di quel San Francesco che si era spogliato di tutto pur di alleviare le miserie di tanta povera gente, ma donando tutto quanto aveva in suo possesso ad una Abbazia che, oltre ad essere ricchissima rappresentava pur sempre la Signoria che imponeva le tasse, i dazi, i balzelli, mentre ai badenghi non ne sarebbe derivato alcun beneficio, avrebbe fatto sì che i propri concittadini se li sarebbe fatti tutti nemici.
Convinto pertanto, che anche se i Monaci, non gli avessero fatto mancare il classico tozzo di pane, col fatto però che, a quei tempi, il Monastero dal nostro Paese, amava tenersi assai ben distante; che, fatta sera, le porte venivano fortemente serrate e, che a nessuno più veniva concesso di poter entrare od uscire a suo piacimento, qualora, magari, una notte, vi fosse stata gran neve, e a Micciarello o a sua moglie fosse successo di non star molto bene, se avessero pur invocato disperatamente un aiuto vano sarebbe stato quel loro strillare.
E se vi fosse pur stata qualche donna pietosa che a quelle grida si fosse commossa, quel “viro meo”, quella dolce figura, cioè, che abbiamo già conosciuta durante il nostro percorso, si sarebbe trasformato all’istante in un orco feroce; e senza indugio, avrebbe detto a quella sua donna che: <Sse qquànt’e ggnènte, ‘na vòjltta sóla ‘nco’, ssi fùsse azzardàta a’ mmétta i’ nnàsu fòra de’ i’ ll’ùsciu pe’ annà a ssenti’ ddi che éssono ùtu bbisògnu chi’ ddùa, i pièdi ‘n ccàsa, nùnn gli ce ll’avarèbbe più ffàtti rimétta”>
Perciò anche se rifiutando caparbiamente qualsiasi consiglio che avesse tentato di dargli il notaio, Micciarello, era riuscito ad ottener quel rebòttu temendo che, i monaci, dopo aver ottenuto sì tanto si fossero, poi, (forse anche un po’ troppo presto), dimenticati di lui, e per tutelare il proprio buon nome e ricambiare della stessa moneta lo sgarbo di essere stato così proditoriamente messo da parte, sapendo per esperienza come in vecchiaia si sarebbero messe le cose, che allora grazie ai non ascoltati suoi buoni consigli ma soltanto quelli de illu rebòttu qui malconsiliu li mise in corpu ogni qualvolta che a quel poveretto, fosse capitato (come può spesso accadere quando si è piuttosto in là con gli anni) di farsela addosso o peggio ancora quandomagari essendo in letto unitamente alla moglie, assaliti nel medesimo istante da qualche, urgentissimo, irrefrenabile, feroce attacco di quella che di solito usiamo chiamare diarrea, ne avessero prodotta in quantità tale da non saper neppure da quale parte rifarsi per“cominciare a nettarli”, il notaio immaginandoli, in quei tristi momenti loro pure con lo sterco fino alla gola impegnati con le maniche rimboccate a rimproverarsi l’un l’altro a gran voce di dover ripetere continuamente quella ben triste mansione e, pur mancando di guanti di gomma o di pannoloni vari come possono essere in uso oggi, doverli ugualmente nettàre, altro che un rospo, come lo definisce il Breschi! Purtroppo per loro tanto Micciarello che la sua dolce Gualdrada di rospi, avrebbero dovuto ingoiarsene assai molti più di uno. E contrariamente a quanto fatto dal Professor Breschi che si era avventurato tanto per gli immensi pascoli della Maremma prima e per quasi tutta la Val di Chiana poi per informarsi se da quelle parti, il rospo l’avessero chiamato ancora, botto, avendone avuta conferma era corso subito a casa ed aveva messo mano a quel capolavoro della propria postilla io, mi sono invece, recato dal notaio e avendolo trovato affabilissimo e dispostissimo a rispondere a tutte le mie domande gli ho chiesto così, brutalmente cosa avesse voluto dire con quella sua ormai più che famosa oscura postilla. E lui, trattenendosi a stento dal ridere mi ha risposto che l’aveva stesa in quel modo apposta perché gli ingenui avessero potuto leggerla nella maniera più semplice e, cioè: <Questa carta è di Capocotto, lo aiuti chi gli mise in corpo il malconsiglio di quella voltura> mentre invece gli intelligenti e i furbi trovandosi di fronte una nota che sapeva tanto di contrarietà e di dissenso (perché di aiuto può averne bisogno soltanto chi si trovi nel bisogno e Micciarello e Gualdrada ci si erano andati scioccamente a cacciare) avrebbero potuto darle il suo più appropriato significato e avrebbero letto: <Questa carta è di Capocotto lo aiuti un po’ ora chi gli mise in corpo il malconsiglio di quella voltura> E poi ha aggiunto che se nel 1087 i parenti stretti di Micciarello avessere sentito trattare un loro congiunto da rospo, da bravi badenghi “la pelle del muso avrebbero potuto mandargliela allegramente ai piedi“. A questo punto me ne son venuto via che il nostro notaio si sbellicava addirittura dal ridere, soddisfatto di aver potuto finalmente dare all’Abate e a tutti i suoi monaci, una più che ben meritata, sonora, tirata di orecchie!>
Comunque, la storia, non finisce qui. Anzi, a mio modesto parere credo che il meglio, debba ancora venire in quanto non avendo acquistata la seconda edizione dal momento che avevo già tra le mani la prima e avendo già concordato, col Prof. Breschi tramite i suoi accoliti di pubblicare nuovamente gli atti del convegno conforme a quanto era stato già fatto con la prima, ed avendo constatato che questi illustri Signori si erano premurati di pubblicare soltanto la parte che faceva comodo al Breschi, ignorando del tutto la mia, per chi volesse mettere a confronto le due tesi dato che l’amico Professore MASSIMO SERIACOPI di quanto detto dal Breschi ne aveva fatta una accuratissima recensione, ottenuto il suo assenso a completarla con alcune mie osservazioni (quelle che appariranno di colore rosso nel testo allegato in fondo n.d.r.) e perché ne vale veramente la pena, in quanto, non essendo presente la controparte si potrebbe dare alla cosa il valore di un dibattito, la pubblico di nuovo invitando calorosamente a prenderne atto. E a tale scopo, qui appresso, scrupolosamente, ne ho riportato il testo.
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La Postilla amiatina. Atti del Convegno tenutosi nel 920o anniversario. Approfondimenti. Testo teatrale. DVD con spettacolo teatrale. Grosseto, Cesare Moroni Edizioni, 2008, pp. 96. Si propone anche una rassegna degli interventi successivamente pubblicati in risposta agli Atti del Convegno:
Già all’interno della Presentazione viene precisato che il volume, è imperniato su quanto presentato il 30 novembre 2007 nelle sale dell’Abbazia del Santissimo Salvatore (relazioni di Breschi, Serravezza, Menchini, Salemi) e sui conseguenti interventi di vari studiosi e appassionati della “questione Postilla”, sia risalenti all’anno del convegno che successivi.
Il primo e più corposo dei detti interventi che costituiscono gli Atti è costituito da Il punto sulla “Postilla amiatina” di GIANCARLO BRESCHI in tutto (prefazione compresa) 60 pagine), al quale va senz’altro riconosciuto il merito di aver riacceso l’interesse (e, questo, nessuno lo nega) sul documento, sulla sua patina linguistica, sull’interpretazione paleografica e sulle proposte interpretative di vari passi e lemmi.
Con dovizia di erudita documentazione lo studioso propone, oltre a una nuova lettura della parte finale del secondo versicolo (non più da intendere, a suo parere, come de il(l) rebottu, ma come de iUre bottu, anche se va detto che non si conoscono casi di lettera capitale in seconda posizione invece che a inizio di parola),(cosa che feci notare al Prof. Breschi in sede di convegno e con questo cominciai già a convincermi di aver ragione) Su di una serie di precisazioni e di spunti interpretativi del documento nella sua interezza varrà la pena di insistere.
Per quanto riguarda la decodificazione del testo, sostiene Breschi, “la perizia ha consentito di rilevarne una nuova e certa(Ed io, dico invece: <Nuova sicuramente sì, ma in quanto a certa, ho i miei più che certissimi dubbi!)Nel segmento de il(l) rebottu le presunte due l di ill… appaiono molto diverse dalla effettiva doppia lche si legge nella Postilla” (p. 19) in altre occorrenze, (ma questo mi sembra più che logico in quanto una volta chi scriveva, non doveva certo preoccuparsi di fare ogni lettera con la precisione di un carattere di stampa. Si scriveva e ci si doveva accontentare di come si era stati capaci di scrivere) per cui risulta a suo parere evidente che ci troviamo di fronte a una U di forma maiuscola, corretta su un errorein scribendo. (Volendo intendere, cioè, che gli errori si debbano sempre imputare ad altri e mai una sola volta a se stessi?)
Quale il senso da dare al nuovo termine così individuato, bottu? Per lo studioso, quello di “rospo”, su base mediolatina bottus/buttus (e con “interferenza gallo-romanza”, p. 22), che secondo le credenze popolari inietta veleno, qui rappresentato dal mal consiliu che ha comportato la donazione all’Abbazia; e “Botto”(ascoltate bene che qui siamo proprio alla frutta e ci darà modo più tardi, non solo di farci sopra qualche piccola considerazione ma anche qualche grassa risata)sarebbe il nomignolo del consigliere fraudolento.
Caputcoctu sarebbe non tanto una “testa calda” quanto un impulsivo che prende decisioni non ben ponderate, e quello che viene definito un “esame raccostato”, insieme ad osservazioni sulla metrica dei versi e sulla patina linguistica, per cui l’estensore della postilla “ha coniugato i codici (latino e volgare) in un crogiuolo bilingue (p. 30), permette di sostenere che “Rainierus ha recepito l’eccipiente del pastichelinguistico e ne ha vòlto le virtualità espressive ad una satirica et ridicula concinnatio” (p. 33) (Ma proprio il Breschi parla di una “satirica et ridicula concinnatio” sembrando quasi avesse imparato dai nostri vicini Pianesi(7) che dicono, sempre: <Digliele prima che te le dica!?)utilizzata per veicolare “il senso profondo del messaggio impregnato del sorriso beffardo e sarcastico (poi, perché, dovrebbe essere un sorriso beffardo e sarcastico) del vecchio(e poi perché pure vecchio) notaio? (Forse il Prof. Breschi aveva rilevato persino i suoi dati anagrafici?): in sostanza, avremmo “Questa carta è di Capocotto, egli(Capocotto, quindi)aiuti, secondo il diritto, Botto, che male lo consigliò a fare la donazione”. (Allora, non Botto, che come consigliere fraudolento male lo consigliò a fare la donazione come ha detto più sopra, ma Botto che male fu consigliato a fare la donazione. Altrimenti non sarebbe più lui il rospo.)O sbaglio?
Mentre BALILLA ROMANI presenta un frizzante intervento dal titolo: A proposito della “Postilla amiatina” alle pp. 65-69, e dimostra una notevole cognizione dell’uso linguistico della zona amiatina fornendo una delle interpretazioni più plausibili del termine rebottu (come ha sottolineato ultimamente anche la Lazzerini(1) (e quando si dice Lazzerini, si dice che si sia detto tutto!): si tratta della forma dialettale con betacizzazione della “v” per rivolto, da “rivoltare”, a indicare la “voltura”, squisito termine tecnico notarile (ma si noti che quest’ultima accezione pare riscontrabile solo dal XVIII secolo). (E questa che propongo è una semplice osservazione mia, ma questo nulla ha a che vedere con l’argomento che stiamo trattando: Ci siamo mai chiesti il motivo per cui il termine “voltura” cominci ad usarsi solo dal secolo XVIII? Io ne potrei dare una spiegazione abbastanza plausibile immaginando che fino a quel momento,infatti, i prìncipi, i potenti, coloro insomma che avrebbero potuto fare il bello e il cattivo tempo quando avessero voluto, lasciavano che lo stesso documento riguardante un bene regolarmente acquistato in mano all’acquirente avesse avuto a tutti gli effetti valore legale. Ma, quando, poi, si sono accorti che se si fossero inventati una specie di “ufficio volture” dove fosse stato obbligatorio portare,a norma di legge, ogni atto concluso nell’ambito dei loro domini avrebbe comportato per loro abbondantissimi, sicuri guadagni, non hanno esitato ad introdurre sia nella pratica che nel lessico una tale antica espressione.) E qui, Seriacopi, riprende il suo discorso e dice: Non mancano neppure, tra le osservazioni di Romani, notazioni sulla valenza possibile del nomignolo “Capo Cotto”; e la lettura finale del testo diventa quindi per lui, (sarcasticamente, precisazione mia)(precisa doverosamente Seriacopi attribuendo a se stesso la nota) “Questa carta è di Capo Cotto (personaggio deturpato nella testa o nel volto da bruciature) non: “lo aiuti chi gli mise in corpo il mal consiglio di quella voltura ma: lo aiuti un po’ ora chi gli mise in corpo il mal consiglio di quella voltura” (p. 69). come abbiamo ben spiegato in altra parte del nostro discorso.
Ancora la LUCIA LAZZERINI(1)(“Nella carta di Raniero/ fa ciascuno il suo mestiero”. Vecchia lettura (e nuova interpretazione per la “Postilla amiatina”), pubblicato sul volume XXIII, 2016, della rivista “Quaderni di Filologia Romanza”, pp. 127-64) e che vengono conservati nientepopodimeno che alla Crusca, ci dice: Nel segmento “deiure” si identifica così la terza persona singolare del Congiuntivo Presente di un verbo “deiurare”. Quanto al primo studio, sostanzialmente al suo interno si sostiene, ripercorse le interpretazioni della Postilla dal Leicht in poi, che “sempre mantenendo in chiave di ironia la lettura della Postilla, si cercherà, carta 313 e altre carte alla mano” (p. 51), di fornire una lettura alternativa, peraltro nemmeno attestata (e, quindi, altro hapax, mi domando io?) volgarizzazione di deierare/deiurare nel senso di “giurare solennemente”;la forma bottuviene lasciata integra, ma il valore attribuito, pur sempre sostantivale, è quello di “botto, colpo”, una specie di “colpo fatale”, con digressione sulle attestazioni in tal senso da Monte Andrea a Iacopone da Todi (Poeti dell’antichità sia l’uno che l’altro) l’identificazione di Capocotto con Miciarello viene data per scontata; ci si domanda poi a chi Rainiero abbia voluto indirizzare la Postilla, e si sostiene che sta ironizzando su se stesso, nonché che qui linguisticamente “non c’è nessun compromesso tra latino e volgare” (p. 71); ”(Né più né meno pertanto di quello che feci osservare io al Prof. Breschi al momento del convegno per cui mi rispose:<Ma guardi che io, il latino, lo conosco!> Ed io gli rimbeccai, subito: <Vede, Professore, il mio latino più là del De bello Gallico e delle Favole di Fedro, non va! Però non mi si venga ad insegnare il badengo che son già settant’anni e più che lo parlo!) in definitiva, testo e traduzione proposti diventano quindi: “Ista carta/cartula est de Caputcoctu, ille adiuvet de iUure bottu qui mal consiliu li mise in corpu”, e cioè: “Ecco qui la carta sottoscritta da Capocotto; e, quanto a lui, faccia una cosa buona e saggia: rinneghi il colpo di testa che un cattivo pensiero gli ha messo in corpo di fare”. (Ma quante cose avrebbe dovuto fare con quella testa il nostro Micciarello-Capocotto?!) Ultimo aspetto importante considerato è quello inerente alla riconsiderazione del documento amiatino “alla luce di un’acuta ipotesi relativa alla fissazione dell’atto e alla canonizzazione della formula post traditam”secondo cui un impulso decisivo in tal senso sarebbe venuto dalla conquista franca del Regnum” (p. 154), e perciò, considerati gli usi franchi, si sostiene che l’autore Miciarello, prendendo in mano la propria cartula, ha visto le rovinose conseguenze di un eventuale tentativo di riappropriazione indebita” (p. 155) ha declamato una promissio molto originale.(In conclusione ci si vuol dire di preciso, cosa avrebbe dovuto fare Micciarello se in un primo momento gli viene consigliato di fare una cosa buona e saggia cioè di rinnegare il colpo di testa,e quindi di recedere da quanto aveva sottoscritto e poi prendendo in mano la propria cartula, vistele rovinose conseguenze di un eventuale tentativo di riappropriazione indebitasi è limitatoa declamare una promissio molto originale soltanto?Forse gli sarà saltato in mente in quel momento di cambiare identità e per non farsi riconoscere tanto facilmente avrà deciso di farsi chiamare “rospo”?) legata alla concezione “di un arcaico valore sacrale/oracolare” che la fa percepire “come un talismano, qualcosa di simile a quell’oggetto dotato di poteri apotropaici (adiuvet!) che sarà più tardi il breve” (p. 156): ed“ha capito perfettamente e nessuno ha finora mai sospettato nel documento un’oralità retrostante attribuibile al donatore, sarà il momento di ipotizzare non Rainerius, trasformato da giudice in giullare, ma invece l’offertor Miciarello, come livello stilistico basso, incline al comico, consecutio temporumapprossimativae sintassi impressionistica sembranosuggerire e tale percorso esegetico viene compiutamente attuato, chiedendosi infine quale possa essere l’interpretazione maggiormente plausibile del testo: se il notaio ribadisce che nullo modo revocetur rispetto a quanto stabilito dal contratto, cioè “indietro non si torna”, proprio questo potrebbe essere il significato di rebottu, “corrispettivo dell’italiano antico rivolto, proveniente da un participio revolvitu/revolutum, che come sostantivo significa ritorno, quindi ritorno sui propri passi, recesso dall’impegno sottoscritto. (Ma, poi, Micciarello, in fin dei conti, dei due, quale impegno avrebbe dovuto sottoscrivere?) (pp. 143-44; e nella nota 27 a p. 143.) L’interpretazione del pronome q(ui) diviene così strettamente legata a quella di rebottu, e più probabilmente viene ritenuto non semplice relativo, ma pronome indefinito autonomo, da interpretare come “se qualcuno”.
La questione più interessante diventa allora la domanda: “le incertezze grafiche di Rainierus non rifletteranno fenomeni già in atto in quell’epoca tanto remota”?(p. 158);(e io non volevo, forse, dire la stessa cosa portando l’esempio di quel nostro illustre concittadino ecc.?) pag.159). L’intervento della Lazzerini, quindi, molto convincente dal punto di vista dell’indagine paleografica e dello studio etimologico, ristabilisce la lezione rebottu: esperti di diplomi medievali e archivisti (e tanti sono costoro, da contarsi a decine se non a centinaia nel corso dei secoli che anche se implicitamente danno sempre ragione a me) assicurano che non hanno mai trovato elementi che giustificano la decodificazione proposta da Breschi, e l’interpretazione del dato paleografico, dopo attento esame, appare alla studiosa improponibile, vista anche la legatura di calamo innegabilmenteriscontrabile tra re e bottu. (Ma come! Ha notato la leggera differenza fra le due elle che gli hanno consentito di interpretar la parola – iUre-bottu e non è riuscito a vedere la legatura di calmo? Però! Che acutezza di sguardo si ritrova il nostro Professore!)
Mostra giustamente, sempre la LUCIA LAZZERINI “quanto sia rischioso affidarsi ciecamente ad analisi paleografiche avulse dal contesto storico-culturale(e non l’ho forse affermato già io quando ho dichiarato di essere badengo per cui, conoscendo bene usi, costumi e lingua del mio popolo ho potuto più agevolmente interpretare il senso della Postilla?) e fondate su osservazioni che, apparentemente ineccepibili, si rivelano a un esame più approfondito superficiali, disattente e leggibili in tutt’altra direzione: purtroppo la malefica sindrome da acritica fiducia in una paleografia decontestualizzata ha colpito anche nel caso della Postilla” (p. 137). Si nota di conseguenza che “prima di proporre una ricostruzione alternativa, sarà bene riflettere sulla prassi, più che sulle intenzioni, dell’estensore dell’atto, sgombrando il campo da batraci, pellegrini alloglotti latori di gallicismi e dietrologie assortite” (p. 139) come afferma l’anziano parlante nativo del dialetto badengo, Balilla Romani, che critica certe ipotesi strampalate espresse dagli studiosi, e sottolinea la sostanziale validità della “proposta interpretativa del Romani (e chissà a quale studioso avrà voluto alludere questo Balilla Romani?) ricordando loro il verbo amiatino rivojlttà, rivoltare… Romani dà alla parola il senso di voltura, intendendo con questo termine il documento stesso con il quale viene operatala la donazione”, e almeno sotto l’aspetto linguistico qui ci si approssima al vero “più di tanti eruditi arzigogoli”, secondo le buone regole del rogitosostiene sempre la studiosa).
Notevoli poi le notazioni sull’usus scribendi del notaio, sulla sua contestualizzazione “socio-lavorativa”, per cui infine “quello che tassativamente sembrada escludere è l’intenzione canzonatoria da parte del notaio, (lo ricordiamo quello che ho detto io a proposito di vecchio, beffardo, e sarcastico?) giacché è Miciarello stesso che parla, e si (auto)nomina” autore del testo (p. 153).
Almeno un cenno merita infine anche il recente studio di MARIO MARROCCHI, “Monaci scrittori. San Salvatore al Monte Amiata tra Impero e Papato (secoli VIII-XIII)” Firenze, Firenze University Press/Reti Medievali, 2014), dal quale è stato tratto, in forma fortemente sintetica e con la riduzione al minimo dell’apparato critico, il saggio: Le pratiche scrittorie di monaci e laici in area amiatina (secoli VIII-IX), con la presentazione di interessanti chiarificazioni inerenti sia allo studio delle competenze scrittorie che alle relazioni tra la sfera laica e quella monastica nell’àmbito storico-geografico e sociale preso in esame, oltre che di un bell’approfondimento, attraverso la figura di Ranieri, della vivace produzione culturale del monastero amiatino. (E io dicevo forse qualcosa di diverso nella lettera che inviai al Marrocchi, nella quale riprendendo alla lettera quanto aveva detto lo Stesso, mi esprimevo così? <Allora, uno dei personaggi più rilevanti in tale periodo è il monaco e levita Lamberto, redattore tra l’altro di un breve che testimonia un’ importante decisione del conte Aldobrandesco Ranieri “dopo una grave malattia”. Tale pergamena è un segno puntuale dell’intervento dei monaci, tramite la scrittura,nel più profondo degli individui, al fine di “consolidare il proprio potere”.Voleva forse farmi leggere questo, rimandandomi all’ultima parte del Suo libro Prof. Marrocchi!?Sinceramente, a me sembrerebbe la stessa, identica situazione (il conte Aldobrandesco Ranieri “dopo una grave malattia” eMicciarello dopo “una grave sciagura” nella quale avrebbe potuto perdere persino la vita e trova i monaci interessati non tanto alla sua persona, quanto a fare ancor più ricco e potente il loro Monastero non sia assolutamente dissimile da quella che si era presentata a Ser Rainero notaio?> Visto pertanto che come in un mosaico le varie tessere che sono servite a comporlo sono andate ad incastrarsi tutte per il verso giusto, mi fa pensare che non la cultura, (perché, come ho affermato all’inizio, so di non avere in quanto non ho titoli di studio, sono 76 anni che ho lasciata la scuola, godo di un po’ di analfabetismo di ritorno e di un po’ di rimbambimento dovuto all’età)ma che sia questa età stessa che io sembrerebbe tanto disprezzassi a fornirmi abbastanza saggezza da farmi giungere alla medesima conclusione cui è giunto pure l’illustre studioso testé rammentato. Che su questo specifico particolare argomento è stato in grado di stendere un trattato di ben oltre 390 pagine e più.
(1)I seccatoierano deilocali ove con un fuoco continuo di moltissimi giorni venivano fatte essiccare le castagne.
(2) Fiora Bonelli: Amiata Storia e Territorio N° 8 a pag. 10 e segg.
(3)L a Postilla amiatina. Atti del Convegno tenutosi nel 920o anniversario. Approfondimenti. Testo teatrale. DVD con spettacolo teatrale. Grosseto, Cesare Moroni Edizioni, 2008, pp. 96
( 4)Comune di Abbadia San Salvatore – “La Postilla Amiatina.”
(5)Uomini e comunità del contado senese nel duecento- Amministrazione Provinciale di Siena – Accademia degli intronati – Siena – pag. 136)
(6)E su questo, mi soccorre anche se molto involontariamente il Prof. Mario Marrocchi in: (20)Monaci scrittorialla nota 1, capitolo 3. e in: (21) dove figura:Su tale pergamena si vedano in Marrocchi: Monaci scrittori cit. alla nota 1, particolarmente le pagine 216 – 222; su Lamberto, più in generale tutto il capitolo 3.E alla quale avrebbe dovuto rispondermi ma nonostante non l’abbia fatto una volta che pubblicherò questa mia piccola fatica gli dimostrerò che ho potuto farne anche a meno.
(7) Abbadia S. Salvatore – Paese in provincia di Siena e badenghi sono i suoi abitanti. Per quanto riguardainvece il termine “Pianesi” sono così chiamati “gli abitanti di Piancastagnaio” Altro paese che dista da Abbadia solo 5 Km.appena, per cui, data la ” rivalità” che si riscontra sempre tra Paesi vicini i reciproci lazzi e le prese in giro, le più spietate si trovano,sempre, regolarmente all’ordine del giorno.
Altro ci sarebbe da dire anche sulla nostra “Postilla” e sulla scorta di vari esempi come i placiti “Capuani” e non “campani” scuola medica “Salernitana” e non Campana, indovinello “Veronese” e non Veneto dovremmo dirla “Badenga” e non Amiatina. Ma mi pare, purtroppo, che anziché doversene fare un vanto, addirittura, ci se ne vergogni!
Immagine di copertina: Particolare del Ritratto del XVI Secolo raffigurante il notaio Raniero -quasi omonimo del “nostro” Notaio- di Quentin Massys. L’immagine ha ovviamente un puro scopo simbolico.
per visualizzare il file con l’articolo di Balilla Romani fai clic qui sotto.
Riceviamo dallo studioso locale Balilla Romani un prezioso estratto del testo “Del Nome et Origine dell’Abbazia di S. Salvatore nella Montamiata di Siena” di Vincenzio Pinelli. L’ autore appare oggi pressoché sconosciuto nonostante sia stato un prete badengo e che a lui sia dedicata la Via che da Santa Croce scende in Borgo. Oltre che essere studioso pare che il Pinelli si sia contraddistinto in opere di bene in quanto avrebbe realizzato una organizzazione, forse una Fondazione, allo scopo di far studiare i ragazzi più volenterosi del posto. Il termine “Fondazione” probabilmente non è appropriato ma non abbiamo abbastanza elementi per essere precisi e chiediamo al lettore di tenerne conto quando lo utilizziamo. Qualcosa di analogo all’opera di Pinelli sarebbe stata compiuta da Maraghini, altro prete a cui è dedicata la suggestiva Via di mezzo tra il “Corso Maggiore” e “Via Garibaldi”. Purtroppo le conoscenze che abbiamo in merito sono incomplete ed orali, ma invitiamo chiunque sapesse altro a riguardo a trasmetterci le sue informazioni. Balilla Romani grazie alle sue attitudini di ascoltatore, osservatore ed annotatore ci riporta la presente testimonianza anche in virtù di conversazioni avute con Don Francesco Monachini, il quale sarebbe stato tra gli ultimi a beneficiare della Fondazione di Pinelli. Ciò che concerne il testo in oggetto è molto interessante in quanto sostiene che all’epoca in cui fu fondata l’Abbazia del Santissimo Salvatore Rachis non sarebbe stato ancora Re. Lo stesso diploma di fondazione secondo l’autore potrebbe non essere autentico, tema peraltro ripreso ne “Abbadia S. Salvatore, storia del Monastero e del Comune” di Giovanni Volpini. Tale fatto non scalfirebbe -a nostro avviso come a quello di Pinelli- l’importanza del Monastero di San Salvatore, che vanta una “remotissima antichità” e che ha goduto dell’alta considerazione di sovrani e alte personalità religiose. Considerazione probabilmente avuta dallo stesso Rachis, sia prima che dopo essere divenuto Re. Difatti nel testo che riportiamo si parla anche di una donazione amplissima di Rachis all’Abate Erfone. Il recupero di testi del genere è auspicabile per trattenere nella memoria una storia molto influente e per alimentare i presupposti necessari a nuove scoperte. Siamo altresì felici ed auspichiamo che vada avanti l’iter per far tornare alla luce con veste nuova il lavoro dell’Abate Fatteschi, come annunciato recentemente nella pagina facebook del Museo di Arte Sacra dell’Abbazia. Dobbiamo focalizzarci sul fatto che tra appena dieci anni l’Abbazia di Winizo spegnerà mille candeline. Per quella data -simbolica eppure estremamente importante- è opportuno prepararci, con l’entusiasmo culturale adeguato per ogni appuntamento con la storia. (Vitriol)